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In arrivo il marchio 100% made in Italy e lo «Stellone» sulle merci

Il marchio “made in Italy” per le nostre imprese si riaffaccia alla Camera. È un emendamento al decreto crescita, presentato dai Cinque Stelle nelle commissioni Bilancio e Finanze, a rilanciare il tema che era uscito all’ultima curva dalle bozze del provvedimento prima del varo da parte del consiglio dei ministri. Non solo. Altri emendamenti intervengono ad ampio raggio sul tema dell’internazionalizzazione, a partire dalla “stabilizzazione” del Piano per il made in Italy che attualmente viene rinnovato anno per anno in forma straordinaria. Gli emendamenti risultano tra quelli “segnalati”, ovvero ritenuti prioritari dai gruppi parlamentari proponenti e quindi destinati comunque ad andare al voto a partire forse già da questa settimana.

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La possibilità di usare lo «Stellone» della Repubblica

Un emendamento a prima firma di Maria Laura Paxia ripropone la possibilità di utilizzare sulle merci l’emblema della Repubblica, il cosiddetto “Stellone”, accanto alla dizione«made in Italy» a fini di promozione, tutela della proprietà intellettuale e commerciale. Un’ipotesi che era stata accantonata, anche per alcune perplessità iniziali del Quirinale. Il testo è stato però rivisto con alcuni accorgimenti per superare criticità e obiezioni. In pratica si prevede che le imprese, su base volontaria e a pagamento, possano usare contrassegni statali con la dizione made in Italy e l’embema dello Stellone. Un decreto del ministero dell’Economia a regolerà la fornitura dei contrassegni sulla base delle norme in materia di carte valori (dovrebbe essere il Poligrafico dello Stato a realizzarli). Tuttavia il campo di azione verrà circoscritto da un ulteriore provvedimento attuativo, stavolta del ministero dello Sviluppo, che determinerà tra le altre cose i criteri con cui le imprese possono ottenere l’autorizzazion, le regole da rispettare nell’utilizzo dei contrassegni «al fine di assicurare pieno decoro nell’utilizzo dell’emblema dello Stato» e i settori e le tipologie di prodotti per i quali si possono usare i segni distintivi anche per non rischiare di ledere l’immagine della Repubblica . Chi utilizza il marchio con modalità ingannevoli rischia sanzioni che vanno da 10mila euro a 250mila euro.

In arrivo anche il marchio collettivo 100% Made in Italy

Sempre con una proposta che vede come prima firmataria Paixa, i Cinque Stelle puntano anche all’istituzione di un marchio collettivo «100% Made in Italy», che si potrà affiancare ad altre certificazioni di qualità o alle dichiarazioni di origine. Il marchio sarebbe destinato a distinguere merci e prodotti provenienti da una filiera interamente nazionale, che quindi utilizzino materie prime esclusivamente di origine italiana e siano il risultato di procedimenti di produzione e lavorazione interamente svolti in Italia. A detenere la proprietà del marchio sarebbe un Consorzio con statuto da approvare con decreto dello Sviluppo economico che ne eserciterebbe il controllo. Lo stesso ministero dovrebbe definire un sistema di tracciabilità ed etichettatura per garantire l’originalità dei prodotti (allo scopo si pensa all’utilizzo della tecnologia blockchain).

Il Piano per il made in Italy diventa triennale

Un emendamento sempre M5S a firma di Andrea Vallascas propone di rendere «triennale, con aggiornamento annuale» il Piano strategico per la promozione del made in Italy e l’attrazione degli investimenti in Italia che era stato previsto, in versione «straordinaria», dal decreto sblocca Italia del 2014. Lo stesso Vallascas firma l’emendamento che estende l’operatività del Fondo di venture capital gestito dalla Simest a tutti i Paesi extra Ue o appartenenti allo Spazio economico europeo, mentre attualmente la sua attività è limitata solo a alcune aree. Con la novità, ad esempio, il Fondo potrebbe operare anche nel mercato degli Usa, in Medio Oriente e in Vietnam. Il Fondo potrà intervenire oltre che nell’acquisizione di quote di partecipazione al capitale di società estere, anche nella sottoscrizione di strumenti finanziari o partecipativi, incluso il finanziamento soci.

Le partecipazioni che può acquisire il Fondo di venture capital potranno arrivare fino al 49% delle società (e non più fino al 40%) e viene inoltre eliminato il vecchio tetto, ancora espresso in lire, di 1 miliardo per ciascun intervento. Al contrario, comunque nel rispettivo della normativa sugli aiuti di Stato, verrebbe estesa anche a interventi nei paesi dell’Unione europea l’operatività del Fondo rotativo 394/1981, che opera per la concessione di finanziamenti agevolati in mercati extraeuropei.
È invece una proposta leghista (primo firmatario Alberto Gusmeroli) quella che estende anche alle organizzazioni collettive delle imprese l’agevolazione che il decreto concede ai consorzi nazionali che operano sui mercati esteri, nella misura del 50 per cento delle spese sostenute, per la tutela legale dei propri prodotti colpiti dal fenomeno dell’«italian sounding».

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