default onloading picIl Governatore di Bankitalia Ignazio Visco (foto Ansa)

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Per superare in modo stabile e duraturo le secche di un’economia stagnante come quella italiana servono riforme in grado di innalzarne il potenziale di crescita. E serve un rilancio degli investimenti, pubblici e privati, per ammodernare un sistema produttivo in ritardo all’appuntamento con la rivoluzione tecnologica. È netto il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.

E ad Ancona, dove si celebra il centenario dalla nascita del professor Giorgio Fuà, si muove nel solco del pensiero del fondatore dell’Istao, che allo studio dello sviluppo e della struttura produttiva italiana dedicò la vita, invitando ad alzare lo sguardo oltre l’orizzonte breve della congiuntura.

Visco esordisce ricordando che la malattia della bassa crescita, che ha invertito per il nostro paese il processo di convergenza verso i livelli di reddito dei maggiori paesi europei, data dalla metà degli anni Novanta. Le difficoltà create da una domanda aggregata spesso insufficiente, spiega, si sono inserite su un potenziale di sviluppo divenuto molto modesto per via della mancanza, come scriveva Fuà, «di un quadro politico e giuridico, di un sistema di valori, di una mobilità sociale, di un genere d’istruzione, di una disponibilità di infrastrutture tali da favorire lo sviluppo economico moderno».

Risultato: la produttività del lavoro è rimasta ferma negli ultimi 25 anni. Quanto alle prospettive, il Governatore ricorda che gli elementi che contribuiscono a rallentare il paese sono numerosi. Il primo è la demografia: la popolazione italiana è destinata a decrescere entro 30 anni, a seconda degli scenari, di 4,6 o 6,2 milioni di individui, con una flessione delle persone in attività che potrebbe arrivare a sfiorare i 10,3 milioni di individui e una salita vertiginosa del tasso di dipendenza della popolazione anziana: il rapporto fra gli ultrasessantacinquenni e le persone con età compresa fra i 15 e i 64 anni passerebbe da circa il 35 per cento a oltre il 65 per cento.

Questi numeri, tradotti in termini di sviluppo, potrebbero comportare, in assenza di un aumento della produttività del lavoro, una flessione cumulata del Pil compresa fra il 7 e l’8 per cento di qui a 30 anni. È molto importante, nel ragionamento del Governatore, che le imprese aggiornino le loro tecnologie per essere più competitive, e per colmare il ritardo digitale, mentre in questo momento gli investimenti privati non accelerano neanche ai bassi tassi d’interesse prevalenti. Ma non solo: «Pur nella consapevolezza dei limiti di bilancio, serve un cambio di passo negli investimenti pubblici, per invertire la tendenza al calo osservata negli ultimi anni e colmare il divario con gli altri paesi europei». Si tratta di una scelta complementare al rilancio degli investimenti privati, necessaria per incrementarne la redditività; quanto alla politica monetaria, essa oggi contribuisce ad agevolare il finanziamento degli investimenti, evitando strozzature del credito.

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