7,3 milioni di italiani sono in grave disagio economico: se al Sud sono più poveri, al Nord stanno peggio. Uno spiraglio di luce e speranza arriva dal made in Italy agroalimentare e dal turismo. Buon andamento del settore salute e del welfare

Rispetto ai principali partner europei, l’Italia migliora in molti settori, ma ha ancora dei punti deboli che mantengono alto il gap economico e sociale. A pesare sono soprattutto il livello di povertà e il ritardo del Mezzogiorno. La situazione più difficile in Sicilia, dove lʼincidenza riguarda una persona su quattro.

Malgrado i progressi, il nostro Paese arranca ancora in diversi campi, evidenziando il divario del sistema. Ci sono però molti segnali positivi: mercato del lavoro, istruzione, formazione e conoscenza in generale. Il quadro che emerge dal rapporto dell’Istat Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo evidenzia come il Belpaese abbia più ombre che luci.

Tra i primi per la protezione sociale. In Italia la spesa per la protezione sociale nel 2016 è il 29,7 per cento del Pil. Il Paese presenta valori superiori alla media dell’Ue sia in termini pro capite (di poco sopra gli 8mila euro l’anno nei dati 2015 per l’Italia, poco sotto per l’Ue) sia di quota sul Pil (27,2% per l’Ue).

Le buone notizie arrivano dal settore agroalimentare e dal turismo. Un po’ di luce arriva dal made in Italy agroalimentare: l’Italia rafforza la sua vocazione nel settore con il maggior numero di riconoscimenti Dop, Igp e Stg conferiti dall’Unione europea. I prodotti di qualità si confermano un importante fattore di competitività delle realtà agricole locali e, in quest’ambito, gli ultimi anni hanno visto i produttori del Mezzogiorno crescere sistematicamente più di quelli del Centro-Nord, fino ad arrivare a rappresentare oltre un terzo del totale. Relativamente alla valorizzazione del territorio, però, il Mezzogiorno rimane in ritardo nella diffusione degli agriturismi.

Altro punto di forza del Belpaese è rappresentato dal turismo, storicamente molto rilevante per l’economia italiana. Il settore presenta una performance in media più favorevole rispetto al complesso dei Paesi dell’Unione, anche se negli ultimi anni l’evoluzione della capacità ricettiva è stata più sostenuta in Stati vicini. Maggiori progressi sarebbero consentiti da un ulteriore sviluppo del Mezzogiorno che, nonostante le potenzialità di attrazione per la sua ricchezza paesaggistica, testimoniata anche dalla più elevata incidenza di superficie destinata ad aree protette, si caratterizza ancora per un’offerta inferiore alla media nazionale. Un altro campo in cui i progressi del Mezzogiorno farebbero migliorare la collocazione dell’Italia riguarda la tutela dell’ambiente: a livello nazionale il conferimento di rifiuti in discarica è ancora appena superiore alla media dell’Ue, ma alcune regioni del Nord hanno performance allineate ai Paesi europei più virtuosi.

Salute e Welfare: il confronto con la media Ue premia il Belpaese. L’Italia conferma il buon andamento per gli aspetti legati alla salute e al welfare, mantenendo una posizione più favorevole rispetto alla media europea in numerosi ambiti. La spesa sanitaria pubblica risulta ancora inferiore a quella dei più importanti partner europei, l’incidenza della spesa privata è più elevata, tuttavia i principali indicatori di mortalità (infantile, per tumori e per malattie circolatorie) collocano il nostro Paese tra i dieci con i tassi più contenuti.

Più magri e longevi. Rispetto agli stili di vita, si conferma la minore incidenza di adulti in eccesso di peso. L’Italia presenta del resto un’aspettativa di vita fra le più alte in ambito europeo, occupa il secondo posto per gli uomini e il quarto per le donne: la speranza di vita – indicatore sintetico della qualità delle condizioni di vita – nasconde tuttavia l’esistenza di disuguaglianze a livello territoriale, riassumibili in uno svantaggio del Mezzogiorno di circa un anno rispetto al resto del Paese, che diventano circa tre considerando gli estremi della provincia autonoma di Trento (valore più alto) e la Campania (valore più basso).

Stabile la povertà. Tra il 2015 e il 2016 l’incidenza della povertà, sia assoluta che relativa, è sostanzialmente stabile, mentre si conferma il forte svantaggio del Mezzogiorno: nel 2016 le famiglie in povertà assoluta rappresentano l’8,5 per cento, mentre quelle in povertà relativa sono quasi un quinto di quelle residenti. In Italia la diseguaglianza misurata in termini di concentrazione del reddito (dati del 2015) è più elevata in Sicilia, mentre nelle regioni del Nord Est si riscontra una maggiore uniformità. Nel confronto con i Paesi Ue riferito al 2016 (redditi 2015), l’Italia si posiziona al ventunesimo posto con un valore più elevato di quello medio europeo. Nel 2016, inoltre, il 12,1 per cento delle persone vive in condizioni di grave deprivazione (11,5% nel 2015), con incidenze di oltre un quarto dei residenti in Sicilia e Campania (26,1% e 25,9% nell’ordine). Il nostro Paese supera di 4,6 punti percentuali la media europea e si attesta al nono posto tra gli Stati con i valori più elevati.

Disoccupazione. I progressi ottenuti in tema di aumento dell’occupazione e riduzione della disoccupazione non sono riusciti a colmare la distanza che separa l’Italia dal resto dell’Ue e a modificarne sostanzialmente la posizione relativa. Fattore cui ha contribuito il perpetuarsi, e in qualche caso ampliarsi, del divario territoriale a svantaggio del Mezzogiorno, con una polarizzazione delle diverse aree del Paese agli estremi della graduatoria europea. Nonostante la crescita dell’occupazione (nel 2017 per le persone tra i 20 e i 64 anni sale al 62,3%), la distanza tra il tasso italiano ed europeo si mantiene elevata (9,4 punti percentuali) e l’Italia si colloca al terzultimo posto della graduatoria decrescente. E se è vero che livello territoriale il Centro-nord ha recuperato il terreno perso negli anni della crisi, con un tasso nel caso del Nord Est anche più elevato di quello medio europeo nel 2016, il Mezzogiorno è invece ancora lontano dal superare il valore del 2008, con un tasso che occupa l’ultima posizione nella graduatoria dell’Ue.

Uomini, donne al lavoro: c’è ancora strada da fare. Resta forte in Italia anche lo squilibrio di genere, con il 72,3 per cento degli uomini occupati contro il 52,5 per cento delle donne, così come rimane il divario territoriale tra Centro-nord e Mezzogiorno (70,2% e 47,7%, rispettivamente). Il gap di genere amplifica anche la distanza con la media Ue raggiungendo i 13,7 punti. Le regioni meridionali restano caratterizzate anche da tassi di disoccupazione e mancata partecipazione particolarmente alti, che spingono l’Italia agli ultimi posti tra i paesi europei.

Diminuisce il tasso di disoccupazione giovanile.  Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni nel 2017 scende di tre punti rispetto a un anno prima (34,7%), il livello massimo si registra nel Mezzogiorno (51,4% e 55,6% tra le ragazze) e in particolare in Calabria, dove arriva in media al 55,6 per cento (47,8% per i maschi e 69,2% per le ragazze). Nell’Ue, Grecia e Spagna, analogamente all’Italia, presentano valori dell’indicatore più che doppi rispetto a quello medio europeo (18,7%, dati 2016).

Formazione e conoscenza: il divario tra Nord e Sud. Ampi squilibri territoriali a sfavore del Mezzogiorno permangono anche per molti indicatori dell’istruzione, della formazione e della conoscenza in generale, contribuendo a mantenere l’Italia lontana dai risultati raggiunti dai partner europei. Sul fronte dei servizi per l’infanzia, la disparità fra le regioni particolarmente ampia, con forti divari tra Mezzogiorno e Centro-nord.

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