Taranto è anche questa. Per migliaia di anni una comunità di pescatori e di agricoltori. Nel 1888, 29mila abitanti. Nel 1985, 250mila abitanti. In mezzo, la prima industrializzazione dell’Arsenale Militare a fine Ottocento. Poi, la cantieristica privata dei Cantieri Tosi negli anni Venti del secolo scorso. Infine, l’insediamento nel 1960 dell’Italsider e, negli anni Settanta, il suo raddoppio. La capitale industriale del Mediterraneo. Con una conformazione demografica, culturale e psicologica stratificata ma disorientata, articolata ma senza una identità coesa.

«I nostri nonni, bisnonni, trisnonni facevano i pescatori. E, ora, anche noi siamo tornati a farlo», raccontano i fratelli Boccuni. Preparano le reti per uscire con la loro barca, la Santa Lucia 2. Sono originari di Città Vecchia. Alcuni di loro si sono spostati al Rione Tamburi, secondo un esodo che ha visto nei decenni molti lasciare il meraviglioso e diroccato nucleo arabo di Taranto per andare nel quartiere cresciuto a dismisura a contatto con l’Italsider. Dice Angelo, la tuta e il cappellino del Milan addosso: «Se è duro uscire nella notte e tornare all’alba? No, non è duro. È duro il caro carburante. È duro il mercato del pesce che c’ha i prezzi bassi. Non è duro lavorare». Suo fratello Francesco ha lasciato l’Ilva e ha il sorriso di chi ha scelto di costruirsi una vita nuova: «Ho preso i 100mila euro di incentivo. Con una parte di quei soldi, abbiamo comprato la barca. Sedici anni là, sono stato. Sono uscito con l’asma bronchiale».

La finestra d’ospedale con vista
La notte dell’Ilva è la notte di Taranto. La notte di Taranto è fatta di immagini improvvise, come le palme di Piazza Castello che, con la luce artificiale, sembrano le palme del periodo più disperato e tossico del pittore Mario Schifano. Lasci il centro a torni a Paolo VI. L’ospedale si chiama San Giuseppe Moscati. Qui ti trovi davanti alla contraddizione di Taranto, che è la contraddizione del Sud, che è la contraddizione dell’Italia.

Aspetti che faccia giorno in macchina, sulla strada. Perché non esiste un parcheggio. La via è piena di buche e, ai lati, è assiepata la sporcizia. Entri nella struttura. Vai al sesto piano. Nel reparto di oncologia diretto da Salvatore Bisconti trovi non solo competenza e umanità, ma anche organizzazione ed efficienza. Questo reparto è uno dei punti di eccellenza – sul serio, nella esperienza delle persone, non nel marketing della politica – della rete sanitaria regionale. Ha sessanta posti letto.

Ogni giorno, incluse le visite e le cure somministrate a pazienti che poi tornano a casa, passano da qui cento persone. Bisconti è un uomo mite e attento. Non ha nulla della posa inamidata di tanti primari degli ospedali italiani. Sa pesare il valore delle parole: «Esiste un nesso causale fra l’acciaieria e la malattia. È chiaro che conta molto lo stile di vita. Perché se fumi tantissimo e vivi a Taranto, qualcosa probabilmente ti viene. Ma l’ambiente è determinante. Quando sono arrivato qui nel 1989, non esisteva coscienza ecologica e scientifica. Poco alla volta si è formata. Ad un certo punto alcuni sostenevano che non vi fosse il nesso causale. Ma, poi, questa posizione è rapidamente scomparsa. E, ora, nessuno nega più. La consapevolezza è diventata patrimonio comune di tutti. Al di là delle posizioni su che cosa capiterà all’acciaieria, oggi il dibattito su come conciliare salute e occupazione è, da questo punto di vista, un dibattito civile».

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