C’è perfino chi, come ad esempio Francesco Papadia, per molti anni direttore generale delle operazioni di mercato della Bce, si è spinto a leggere in queste parole un sottile messaggio implicito rivolto ai tedeschi. Del genere: se voi aveste agito di più sul lato fiscale, la Bce non avrebbe avuto bisogno di intervenire in modo tanto massiccio in campo monetario e i vostri risparmiatori oggi non si lamenterebbero in modo così rumoroso.

Dunque, non solo la politica monetaria non dovrà essere più considerata dai policy makers europei «l’unico gioco in città»; ma, soprattutto, non dovrà essere più ritenuta un alibi per non fare nulla da chi ha in mano le leve del governo.

L’ANALISI/Perché il piano ultraespansivo non è una decisione facile

I punti deboli dell’eurozona sono noti da tempo: bassa produttività e carenza di domanda effettiva, messa in evidenza da disoccupazione, eccessi di capacità produttiva e avanzi di bilancia dei pagamenti, assai elevati nel caso tedesco. Servono quindi politiche adeguate. Spenda chi può, dice Draghi, spiegando che l’Elicopter money anti-recessione evocato a metà agosto da Stanley Fischer e Philipp Hildebrand non servirà, perché ora spetta alla politica di bilancio di chi è in grado di farlo mettere i soldi in tasca ai cittadini.

Ma c’è una responsabilità politica da assumere, anche per i paesi ad alto indebitamento come il nostro. Paesi, ha ricordato Draghi, che dovranno essere prudenti, per permettere agli stabilizzatori automatici di operare liberamente se la recessione dovesse manifestarsi. E dunque dovranno tenere a freno il debito, lavorando sulla composizione del bilancio: si può ad esempio cercare di contenere la spesa potenziando gli investimenti pubblici, che accrescono il moltiplicatore e favoriscono la produttività delle imprese. E preferire, come ha detto una volta il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il rigore alla Keynes al rigore alla Hayek.

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