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La ripresa si sta sgonfiando, famiglie sempre più incerte

Rapporto di Confcommercio; l’epoca della crisi è passata, ma i cittadini percepiscono sempre di più la fragilità della dinamica economica. Tra il 2007 e il 2018 ogni italiano ha perso, a parità di potere d’acquisto, 1.000 euro di consumi

Il numero di famiglie che ha fiducia sul proprio futuro prossimo continua a essere superiore a quello che invece “vede nero”, anche se è dall’estate del 2015 che lo scarto tra i due diminuisce. La dinamica è la stessa se si chiede alle famiglie stesse una autovalutazione sulla propria capacità di spesa: è vero che nel 2013 quasi il 70% delle famiglie la considerava in calo mentre nel marzo scorso questa percentuale è scesa al 15%, ma quest’ultima è comunque in crescita rispetto alla fine del rispetto alla fine del 2016, quando era all’11%. Insomma, se l’epoca della crisi è passata, sembra che ora stiamo assistendo a uno “sgonfiamento” della ripresa per colpa di una dinamica economica fragile,  percepita anche dai cittadini, che peraltro attribuiscono alle spese obbligate la principale origine dei vincoli al proprio consumo. È quanto emerge dall’Outlook Italia Censis-Confcommercio 2018 “Speranze, timori, rancori: la ripresa difficile”, presentato nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Roma nella sede nazionale dell’associazione di categoria. Dalla ricerca emerge anche che il 17,3% delle famiglie ha ridotto i consumi per mettere da parte soldi per eventuali imprevisti (era il 12,6% a dicembre 2016), mentre il 54%, se avesse più reddito, lo destinerebbe al risparmio (47,6% a dicembre 2016). Ma da dove viene questa incertezza? Dal fatto che non si è ancora tornati ai numeri pre-crisi e, quindi, dalla lentezza della ripresa. Il responsabile dell’ufficio Studi di Confcommercio, Mariano Bella, lo ha sottolineato con i numeri: tra il 2007 e il 2018 ogni italiano ha perso, a parità di potere d’acquisto, 1.000 euro di consumi, quasi 2 mila di reddito disponibile e circa 20 mila euro di ricchezza complessiva. Nello stesso tempo, ed è emblematico della diffidenza di cui si parlava, tra contanti e conti correnti non vincolati, gli italiani hanno oggi circa 2.500 euro a testa in più. Detto che per il 37,5% degli intervistati la principale criticità che affligge l’Italia nello scenario mondiale è la corruzione diffusa, il più grave problema del nostro Paese è giudicato la mancanza di lavoro (29,1%). Nell’elenco, con il 13,3%, troviamo l’eccessivo prelievo fiscale, ed è significativo notare come il 55,7% del campione ritenga della massima urgenza evitare l’aumento Iva contro il 31,7% che parla di riduzione dell’Irpef. Passando ai problemi vissuti come ingiustizie sociali, si deve tornare a parlare di lavoro, visto che il 37% indica come maggiore ingiustizia l’impossibilità di avere un  buon lavoro, oggi garantito solo a chi ha le conoscenze “giuste”. Non a caso, se si va a guardare il complesso di ore davvero lavorate nel sistema economico, nel 2017 sono state il 6% in meno rispetto al 2007, una riduzione simile a quella del Pil reale.

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