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L’Autorità anticorruzione ritiene fondati i dubbi del Governo sulla regolarità della gara per l’Ilva

Rapida risposta ai dubbi sollevati anche dal governatore pugliese Emiliano. Ma l’eventuale annullamento della gara che l’anno scorso assegnò l’azienda all’investitore anglo-indiano Mittal creerebbe problemi e quesiti complessi da risolvere

Taranto, 20 luglio – E adesso che succede? E’ l’interrogativo che da ieri sera si pongono a Taranto, città sede del più grande stabilimento dell’Ilva, con quasi 11mila dipendenti sui circa 14mila totali di gruppo, dopo che l’Anac, l’Autorità anticorruzione, rispondendo al ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha fatto un esame a proposito della gara che 13 mesi fa si concluse con l’aggiudicazione dell’Ilva ad Arcelor Mittal attraverso la società Am Investco e confermato l’esistenza delle criticità evidenziate dallo stesso ministro. Ma attenzione dice l’Anac: l’Autorità ha risposto in punta di diritto al quesiti posti del Mise e si è espressa sulla base degli elementi comunicati non avendo fatto un’indagine diretta. L’esposizione delle eventuali irregolarità, dice ancora l’Autorità guidata da Raffaele Cantone, non potrebbe portare all’adozione di provvedimenti di autotutela. Questi ultimi sono rimessi alla responsabilità dell’amministrazione, il Mise appunto, nel caso in cui ricorra un interesse pubblico specifico all’annullamento. In sostanza, se ci sarà da annullare la gara che a giugno 2017 portò il Governo Gentiloni e i commissari Gnudi, Carrubba e Laghi ad aggiudicare l’Ilva ad Am Investco e a scartare l’offerta di Acciaitalia, dovrà stabilirlo il Mise, dice ancora l’Autorità anticorruzione. “Massima priorità sull’Ilva” annuncia il premier Giuseppe Conte, al quale Di Maio ha riferito gli ultimi sviluppi.

Sebbene espressamente chiesta dal ministro, la pronuncia dell’Anac giunge abbastanza rapidamente rispetto ai tempi più lunghi inizialmente ipotizzati – Di Maio aveva scritto all’Anac una decina di giorni fa – e apre per l’Ilva una nuova fase di incertezza. Tutto questo mentre sta per compiersi il sesto anniversario (26 luglio 2012) del sequestro giudiziario degli impianti siderurgici di Taranto a causa dell’inquinamento. Snodo, questo, dal quale è partita tutta la vicenda, ancora oggi in piedi e largamente irrisolta. Fase di incertezza quando, proprio in queste settimane, i commissari di Ilva e Arcelor Mittal stavano negoziando dei miglioramenti ai piani occupazionale e ambientale presentati dall’investitore anglo-indiano. Un lavoro di implementazione chiesto dallo stesso ministro che aveva valutato insoddisfacenti le proposte presentate da Mittal. E così era cominciato un lavoro di verifica finalizzato sia a far avanzare le tempistiche degli interventi di bonifica della fabbrica, che a trovare una più avanzata soluzione per l’occupazione evitando esuberi (circa 4mila quelli temuti dai sindacati). Mittal e commissari avevano impresso soprattutto nelle ultime ore un’accelerazione al loro lavoro ed entro fine mese avrebbero consegnato tutto a Di Maio, che avrebbe poi dovuto decidere se c’erano stati passi avanti, dei miglioramenti, e quindi dare il via libera a Mittal o meno.
   Il colpo di scena arrivato ieri sera con la lettera dell’Anac al ministro potrebbe ora interrompere questo lavoro. Si riaprirà allora la gara per l’Ilva? A parte il fatto che bisogna accertare bene se questo è possibile, c’è tuttavia un punto preliminare da chiarire: come tirerà avanti l’Ilva se l’ingresso di Mittal dovesse sfumare e il Governo decidere per l’annullamento della gara? Si farà una nuova aggiudicazione? E quanto tempo richiederà, visto che la gara esaminata dall’Anac è stata lanciata ai primi di gennaio 2016 e si è conclusa a giugno 2017?

Si è parlato, in questi giorni, di una possibile ridiscesa in campo della cordata o di pezzi di cordata che 13 mesi fa, sotto le insegne di Acciaitalia (Jindal, Cassa Depositi e Prestiti, Arvedi e Del Vecchio), diede battaglia a Mittal, perdendo però. Ma l’eventuale riaggregazione dei soggetti usciti sconfitti un anno fa, da molti ambienti è data per altamente improbabile. Inoltre, ha sollevato dubbi e critiche il fatto che Di Maio, giorni fa, abbia prorogato i commissari sino al 15 settembre senza oneri per lo Stato. Perché – si osserva – è già noto che Ilva ha poca liquidità in cassa. E quindi un conto sono due mesi e mezzo di ulteriore commissariamento, ben altro, invece, è prorogare l’amministrazione straordinaria per un tempo più lungo. Perché, a quel punto, si porrebbe inevitabilmente un problema di risorse per l’azienda, che dopo il 15 settembre non avrebbe più i mezzi finanziari per andare avanti e pagare stipendi e fornitori. Se si stoppasse la gara e si allontanasse il subentro di Mittal, a Taranto ci si chiede chi dovrebbe intervenire perché l’Ilva resti in piedi? Lo Stato? E come? E un eventuale soccorso finanziario pubblico come sarebbe visto da Bruxelles? Interrogativi non secondari. A cui si aggiungono altri, relativi alle misure di tutela ambientale, chiave di volta di tutto il problema. A sei anni esatti del sequestro del gip di Taranto, su richiesta della Procura con l’accusa di disastro ambientale, degli impianti di Taranto, solo un pezzo di strada è stato fatto. Per esempio, la copertura dei parchi minerali, la principale azione di bonifica, è stata avviata solo lo scorso febbraio quando era in programma dagli anni precedenti. E ancora, la copertura dei nastri trasportatori, per evitare la diffusione delle polveri, deve essere ancora ultimata. Inoltre, l’altoforno 5, il più grande d’Europa, è spento da anni e non si sa se, come e quando sarà rifatto. Per non parlare, poi, delle innovazioni sul processo e sul ciclo produttivo. Tutti interventi che solo un nuovo investitore può fare.

Fonte: AGI

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