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Le riserve in valuta di Bankitalia: il «dividendo» sconosciuto che mantiene forte l’euro

Archiviato il Qe, gli acquisti netti di attività finanziarie decisi dalla Bce come misura di politica monetaria straordinaria, il bilancio della Banca d’Italia al pari di quello dell’Eurosistema sembra essere arrivato su un plateau. Le sue dimensioni sono raddoppiate in quattro anni e i titoli acquistati in questo programma decuplicati, arrivando a fine 2018 a 393 miliardi (320 sono titoli di Stato italiani) su un attivo di 968 miliardi.

Che cosa succederà ora è noto: le banche centrali reinvestiranno questi titoli a scadenza per un periodo prolungato di tempo. E come ha spiegato in più occasioni il governatore Ignazio Visco, «in ogni caso fino a quando sarà necessario mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio grado di espansione monetaria». Dunque è da immaginare che la composizione dello stato patrimoniale non cambierà nel breve. Né certo cambieranno i pesi delle riserve auree e di quelle in valuta.

Un portafoglio stabile
Dell’oro ormai sappiamo fin troppo visto che se ne parla diffusamente nel dibattito politico e sui social network: 2.452 tonnellate, 88,4 miliardi di valore alle quotazione di dicembre, 3,1 miliardi in più rispetto all’anno prima. Ma il resto? Le attività nette in valuta sfiorano i 37 miliardi e mezzo e sono a loro volta cresciute di 4 miliardi nell’ultimo anno soprattutto per l’apprezzamento sull’euro delle principali valute in portafoglio: il dollaro (23,9 miliardi, 2 in più sul 2017), lo yen (5 miliardi; 946 milioni in più) e i diritti speciali di prelievo Fmi (2,7 miliardi; 994 milioni in più). Più i cambi di queste monete in portafoglio si rafforzano sull’euro e più il loro valore cresce in bilancio anche se il peso sul totale dell’attivo è ora assai ridotto: sfiorava il 20% all’esordio delle circolazione della moneta unica, oggi è sotto il 4%; un altro effetto del Qe.

Il debutto del renminbi
Va detto che i quantitativi di queste attività in valuta sono pressoché gli stessi dai tempi dell’addio alla lira, a parte qualche variazione contenuta come l’introduzione di un portafoglio in dollari australiani nel 2013 e quello in dollari canadesi nel 2015 e più recente, l’agosto scorso, è il debutto di un portafoglio in obbligazioni denominate in renminbi cinesi. Vale 480 milioni di euro, 307 in più dell’anno prima, ed è concentrato in titoli di stato della Repubblica popolare. Perché il renminbi? Perché sta crescendo come valuta internazionale, tanto è vero che tre anni fa è entrato nel paniere delle riserve in valuta del Fmi, e perché la scelta è in linea con la strategia di diversificazione delle riserve perseguita da molte banche centrali dell’area.

La plusvalenza del 2018
Le maggiori plusvalenze per 1,4 miliardi rilevate nel 2018 con le attività in valuta, come i 3,1 miliardi in più dell’oro, sono state girate in via prudenziale sui conti di rivalutazione, come previsto dalle regole contabili dell’Eurosistema, dove svolgono una funzione di cuscinetto sulle future oscillazioni dei cambi o diminuzioni delle quotazioni auree. Niente “dividendi” per lo Stato dalle plusvalenze sulle riserve, dunque. La loro funzione è diversa e regolata dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dallo Statuto Bce. La detenzione delle riserve consente, ad esempio, di soddisfare eventuali richieste di ulteriori conferimenti da parte della Bce al verificarsi di determinate condizioni, si possono utilizzare per effettuare il servizio del debito in valuta della Repubblica (nei prossimi mesi il Mef dovrebbe annunciare un ritorno con emissioni in dollari dopo lunghi anni di assenza da quel mercato), ma anche per sostenere gli impegni presi con organismi sovranazionali, come il Fondo monetario internazionale.

Un bastione a salvaguardia dell’euro
Come l’oro, le riserve in valuta rappresentano in altre parole un bastione di sicurezza a salvaguardia dell’euro e della credibilità dell’Eurosistema stesso. Esse sono gestite perseguendo elevati livelli di liquidità e di sicurezza, e la loro composizione riflette in parte gli equilibri della nostra bilancia commerciale. La Banca d’Italia gestisce le sue riserve in valuta (e una parte di riserve della Bce) come un investitore istituzionale, quando si muove sui mercati non ne influenza la direzione e l’obiettivo di rendimento che persegue è di lungo periodo. E i risultati di questa attività? Insieme a quelli realizzati dalle altre banche centrali Ue si riflettono nella forza della nostra moneta, che dopo vent’anni di circolazione sta consolidando la sua presenza nelle riserve in valuta delle banche centrali del resto del mondo. E la forza di una moneta non è mai un valore da dare per scontato in un sistema finanziario sempre alle prese con incertezze radicali sul futuro: basta guardare alle recenti vicende della lira turca per togliersi eventuali dubbi.

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  • Davide Colombo. Davide Colombo è redattore del Sole 24Ore dove si occupa di macroeconomia, segue la Banca d’Italia, le politiche del welfare e della previdenza e la finanza pubblica. Nato a Legnano (Milano) il …

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