AGGIORNAMENTO WORLD ECONOMIC OUTLOOK

Anche quest’anno gli esperti dell’organismo di Washington guidati da Rishi Goyal hanno scelto di fare una prima capatina nel nostro Paese tra l’11 e il 19 luglio ma hanno rimandato al quarto trimestre dell’anno il momento della missione ufficiale in Italia prevista dall’articolo IV dello statuto

di Rossella Bocciarelli

23 luglio 2019


 

2′ di lettura

Il Fondo monetario lascia invariate le prospettive di crescita per l’Italia nel 2019 a un mediocre +0,1 per cento e ritocca lievemente all’ingiù, rispetto ad aprile, le stime del 2020, portando il Pil stimato a + 0,8 dal precedente 0,9 per cento. Il motivo è spiegato en passant: l’incertezza politica è sempre là, campeggia nello stesso modo in cui riempiva il quadro ad aprile scorso e continua ad intaccare lo sviluppo degli investimenti e la dinamica della domanda interna.

La cifra scelta nell’aggiornamento del World economic outlook, in ogni caso, è quella dell’understatement. Del resto, anche quest’anno gli esperti dell’organismo di Washington guidati da Rishi Goyal hanno scelto di fare una prima capatina nel nostro Paese tra l’11 e il 19 luglio ma hanno rimandato al quarto trimestre dell’anno il momento della missione ufficiale in Italia prevista dall’articolo IV dello statuto.

Il perchè è facilmente intuibile: solo all’inizio dell’autunno saranno chiare le decisioni di politica economica del Governo per il 2020, a cominciare dalla riforma fiscale, con ipotesi che, variamente soppesate e aggiunte ai 27 miliardi necessari per cancellare l’aumento dell’Iva, finanziare le spese indifferibili e gli investimenti, danno sempre la rispettabile somma di 40 miliardi da coprire.

E quindi per ora i superispettori Fmi, nelle conversazioni con i principali centri studi italiani, si sono limitati a lasciar trapelare le loro preoccupazioni sull’Italia: il paese rimane vulnerabile alla volatilità di mercato, per via delle sue esigenze di rifinanziamento sia a livello di debito sovrano che di banche; le sofferenze, è vero, sono diminuite ma i crediti unlikely to pay sono in aumento; tanto più importante, quindi, un consolidamento fiscale che sia a favore della crescita, per mantenere la fiducia degli investitori. Ma le sollecitazioni, almeno per ora, non sono state particolarmente incalzanti.

Fortunatamente, infatti, in tutto il mondo dalle banche centrali è arrivata un’intonazione particolarmente “dovish”(che per la verità, dovrà essere testata di qui a fine mese nelle riunioni di Bce e Fed). Lo stile da colombe ha comunque rasserenato i mercati finanziari. Per noi italiani, in particolare, come sottolinea anche il Centro studi Confindustria, a determinare una sensibile riduzione dello spread sui titoli di Stato hanno contribuito tre fattori: il primo è il discorso di Sintra di Mario Draghi, con la comunicazione della volontà di mantenere i tassi invariati per almeno un anno, dei dettagli sulle operazioni finalizzate a garantire liquidità al sistema e della possibilità di ulteriori stimoli. Il secondo è la decisione della Commissione europea di non avviare, per ora, una procedura per disavanzo eccessivo basata sul criterio del debito-nei confronti dell’Italia. Il terzo è il manifestarsi di alcuni dati macroeconomici migliori delle attese, come quelli sul mercato del lavoro e sulle entrate.

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