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L’occupazione cresce, ma nel terziario e “povera”

Svimez: il reddito di cittadinanza al Sud allontana dal lavoro

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A giugno l’Istat ha certificato un “record” nel tasso di occupazione, che ha raggiunto il picco del 59,2% (a settembre, con l’ultimo aggiornamento, è leggermente sceso al 59,1%). Si tratta di un valore elvato; ma dietro questo numero cosa si nasconde?

Il confronto Noi e gli altri
Siamo andati a vedere i principali rapporti e indicatori, nazionali e internazionali, e vediamo con il nostro Paese, pur migliorando, sia ancora distante dai suoi competitor internazionali. Soprattutto si confermano, oltre al maxi-tema giovani, altri tre nodi aperti del nostro mercato del lavoro: qualità dell’occupazione, occupazione femminile, conciliazione vita-lavoro. Ma procediamo con ordine.

In crescita i lavoratori “poveri”
Qualche settimana fa, nella sede dell’Inapp, è stato illustrato il rapporto Employment and Social Developments in Europe (ESDE) dell’Unione Europea, che rappresenta la principale relazione curata dalla Commissione europea sulle tendenze occupazionali e sociali in Europa. Ebbene, i dati si fermano al 2017, ma indicano, su un capitolo chiave come i “working poors” una tendenza da non sottovalutare. Dal 2008 al 2017, infatti, il nostro paese, assieme a Lussemburgo e Ungheria, ha registrato l’incremento maggiore della cosiddetta “working poverty”.

Reddito familiare avanti, piano
L’incremento del lavoro povero accomuna altri 16 paesi; in Italia è particolarmente sentito perché si tratta di lavoratori con bassi salari, impiegati a orari ridotti. «Un aspetto che deve far riflettere – ha sottolineato l’economista, ex ministro del Lavoro e dell’Istat, Enrico Giovannini -. Ciò testimonia come trovare un impiego, oggi, possa non bastare». Una conseguenza di questa dimanica la si può vedere sul fronte reddito familiare, che all’estero un pò ovunque è tornato a superare i livelli pre-crisi, tranne che in otto paesi, tra cui il nostro, la Grecia, la Spagna, ad esempio.

Più occupati (part-time) nei servizi
Nella prima metà del 2019, fino ad arrivare al picco di giugno, l’occupazione, nonostante il Pil fermo, è cresciuta abbastanza in Italia. Lo dicono i dati Istat e, per altro verso, Inps. A spiegare il fenomeno ci sono sia fattori economici (in primis l’evoluzione in atto della struttura produttiva italiana, con un peso crescente di attività terziarie) sia i recenti cambiamenti nella normativa in materia di lavoro (leggasi le rigidità introdotte a luglio 2018 con il decreto dignità). La crescita dell’occupazione, nel periodo indicato, entrando nel dettaglio, ha riguardato soprattutto i servizi, in particolare quelli di intrattenimento e di cura alla persona, comparti che hanno assorbito oltre l’80 per cento dell’aumento del numero di persone occupate. Si tratta di attività caratterizzate, da un lato, da forte intensità del fattore lavoro e quindi bassa creazione di valore aggiunto, e dall’altro da rapporti contrattuali molto spesso non a tempo pieno. Nei primi sei mesi del 2019, peraltro, gli occupati a tempo parziale sono cresciuti di 144mila unità rispetto al secondo semestre 2018, contro i -104mila a tempo pieno; l’incidenza sull’occupazione totale è salita dal 18,4 al 19 per cento.

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