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Ma è proprio vero che il risparmio è un punto di forza degli italiani?

Il risparmio finanziario delle famiglie, sbandierato nel suo stock di oltre 4.200 miliardi come un punto di forza nazionale, dimostra a uno sguardo più ravvicinato tutte le debolezze tipiche di un Paese a bassa alfabetizzazione finanziaria. Un paio di giorni prima dell’annuale incontro con il mercato del presidente della Consob, Paolo Savona, la Relazione Covip presentata in Parlamento da Mario Padula ci ha offerto qualche micro-evidenza che aiuta a ritornare con i piedi per terra.

Partiamo dal Tfr. L’anno scorso il sistema produttivo ha generato un flusso finanziario di circa 26,4 miliardi di nuovi “salari differiti”: solo 6 miliardi sono stati investiti in previdenza complementare. Negli ultimi dieci anni la quota di Tfr girato ai fondi pensione non ha mai superato il 21% del totale ed è arrivata a 62,3 miliardi su un flusso di 294,2 miliardi. Eppure negli ultimi dieci anni il rendimento netto medio annuo composto è stato del 3,7% per i fondi negoziali e del 4,1% per i fondi aperti, mentre la rivalutazione del Tfr è stata del 2%; la metà. L’anno scorso i contributi alla previdenza complementare non sono andati oltre i 16,3 miliardi.

I pochi italiani iscritti alla previdenza complementare (7,9 milioni, appena il 30% delle forze di lavoro) non dimostrano poi una grande fiducia nel loro investimento sul futuro. Intanto due milioni di loro (25%) l’anno scorso non ha effettuato alcun versamento contributivo sul proprio fondo, un plotone di posizioni silenti che è cresciuto di 200mila unità rispetto al 2017. E circa il 60% di questi iscritti (1,2 milioni) non versa contributi da tre anni di fila.

Diamo allora uno sguardo a quelli che hanno mantenuto le loro posizioni continuando a versare contributi e Tfr ai fondi. Hanno adottato scelte di portafoglio avvedute? Non sembrerebbe proprio. Sfogliando la Relazione Covip si scopre che l’approccio life-cycle, che prevede una graduale riduzione del rischio finanziario all’aumentare dell’età, è assai poco praticato. Nei fondi negoziali, per esempio, la quota azionaria è attorno al 25% ed è stabile dai 20 ai 65 anni. Quelli che hanno puntato sui fondi aperti hanno dimostrato una lievissima attenzione in più nel ridurre la percentuale di azioni al crescere dell’età: la quota azionaria diminuisce da circa il 45-50% intorno ai 30 anni fino al 30% a 65 anni.

Insomma, i pochi lavoratori che hanno investito sulla pensione di scorta hanno quasi sempre lasciato la pratica nel cassetto, come il buon vecchio Tfr lasciato in azienda e dal quale non si aspettano rendimenti significativi. È vero che l’offerta di piani tipo life-cycle da parte di fondi è quasi simbolica: la fanno una decina di fondi aperti e un paio di fondi negoziali. Ma non è questo il caso in cui l’offerta può spostare la domanda, visto che la domanda di risparmio previdenziale è così rarefatta in Italia.

Morale: la ricchezza finanziaria accantonata dagli italiani sarà anche significativa, ma altrettanto non si può dire sulla sua allocazione. L’industria pensionistica europea e anglosassone sta studiando nuovi strumenti “user-friendly” per migliorare i portafogli di lavoratori sempre più senior in società a veloce invecchiamento. L’Italia, dal lato dei suoi 4.200 miliardi di risparmi (quasi un quarto in forma monetaria) resta a guardare.

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