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Perché Giovannini è l’uomo di questa stagione politica e culturale (nonostante a Palazzo Chigi sia rimasto Conte)

Giovannini: ottimismo per maggior europeismo nel governo

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Gli uomini non sono carte da gioco (o figurine Panini). La politica non è soltanto commedia (o tragedia). I meccanismi di ascesa (o di discesa) e di selezione (o di eliminazione) della classe dirigente hanno sottostanti culturali che, spesso, vengono sottaciuti o misconosciuti. Nelle ultime settimane Enrico Giovannini – economista, 62 anni – è stato per diversi giorni l’uomo del giorno. Prima che, nel rassemblement Partito Democratico-Cinque Stelle (con la partecipazione di LeU), si trovasse un punto di equilibrio per un governo presieduto di nuovo da Giuseppe Conte, il suo nome è stato al centro di discorsi e valutazioni per Palazzo Chigi. Lo stesso era successo quattordici mesi fa, in un equilibrio simile che poi non ha preso forma dando invece spazio all’alleanza fra Cinque Stelle e Lega, che è stata sciolta da Matteo Salvini poco prima di ferragosto.

Il governo Partito Democratico-Cinque Stelle rappresenta uno strano ircocervo che prova ad assorbire le istanze populiste e anti-sistema di un movimento e cerca di emulsionarle all’interno di una visione più tradizionale che appartiene al partito nato dai due partiti storici italiani, il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana. Enrico Giovannini è un economista mainstream – accademico, ricercatore e poi direttore all’Istat, direttore delle statistiche dell’Ocse, presidente dell’Istat, ministro del lavoro – che però nei suoi lavori analitici e nelle sue prese di posizioni pubbliche ha, fin dagli anni Ottanta, provato ad usare punti di vista che, partendo dall’ortodossia, delineavano traiettorie impreviste. E che, negli ultimi anni, ha cercato di porre in discussione le basi epistemologiche dell’economia e a criticare la centralità di alcuni indicatori come il Pil.

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Il suo ultimo libro, che raccoglie molti di questi lavori e di queste urgenze intellettuali, è L’utopia sostenibile (Laterza, 2018). «Nei primi anni Ottanta – dice Giovannini – ho lavorato molto su Macroeconomics and Reality di Christopher Sims e su Time Series Analysis di George Box e Gwilym Jenkins. In particolare, quegli approcci proponevano metodi di lavoro innovativi nel campo dell’econometria, che apriva strade nuove rispetto ai modelli econometrici classici allora in voga, per esempio alla Banca d’Italia. La formalizzazione dei modelli e la matematizzazione sono importanti. Ma esiste anche la necessità di non appiattirsi sul pensiero egemonico del momento. Nel metodo e nei contenuti. Nel 1992, quando ci fu l’uscita dallo Sme operata dal governo Amato, la Banca d’Italia previde con il suo modello classico econometrico un aumento del Pil e dell’inflazione. Io, in quel momento, lavoravo all’Istat. E, inserendo nel mio modello econometrico le aspettative, cioè la psicologia di consumatori e produttori, previdi invece una bassa inflazione e una recessione, psicologica prima che economica, che non a caso si sarebbe interrotta soltanto quando Silvio Berlusconi lanciò il messaggio, senza entrare nel merito se si sia o no poi realizzato, del milione di posti di lavoro. Avevo ragione io perché, appunto, non vi fu inflazione e si entrò in recessione».

Al di là dello specifico caso del 1992, per Giovannini il tema culturale generale è dunque l’inserimento – in una maniera più massiccia e consistente – della psicologia, delle aspettative e delle relazioni nel modello di interpretazione economica del reale.

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