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Pil, Italia fuori dalla recessione ma la stagnazione lascia i conti pubblici in pericolo

Dalla recessione “tecnica”, che si registra con due trimestri consecutivi di crescita negativa, a un sia pur esiguo e tuttavia significativo incremento dello 0,2%. I dati dell’Istat relativi all’andamento del Pil nel primo trimestre del 2019 vanno accolti da questo punto di vista con favore, per un elemento psicologico soprattutto, che può incidere sulle aspettative, e che tuttavia non consente di indulgere più di tanto in facili entusiasmi.

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Se non è recessione è sostanziale stagnazione, con qualche spiraglio come documentato dal recente andamento della produzione industriale. Lo ammette del resto lo stesso Governo che nel Documento di economia e finanza non si spinge oltre una crescita per l’anno in corso dello 0,2%. Risultato cui si conta di pervenire scontando uno 0,1% di “spinta” attesa dalle misure contenute nel cosiddetto “decreto-crescita”.

Il che sta a dimostrare che in termini puramente tendenziali e inerziali saremmo più o meno a zero. La frenata è in atto dalla seconda metà dello scorso anno. Secondo diversi osservatori, centri di previsione e agenzie di rating sarebbe da attribuire oltre che alla contrazione della produzione industriale in Germania proprio agli effetti politici ed economici delle misure adottate dal governo.

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Fatto sta che da ora e fino alla messa a punto della prossima manovra di bilancio occorrerà fare i conti con una situazione di finanza pubblica decisamente più critica rispetto a quanto lo stesso governo aveva previsto alla fine dello scorso anno. Il deficit scivola verso quota 2,4/2,5%, contro il 2% indicato dalla legge di Bilancio, ma quel che più preoccupa i partner europei, i mercati e le agenzie di rating è il rischio che il debito non si riduca ma riprenda a salire proprio per effetto della frenata della crescita.

Un quadro certamente poco rassicurante, con cui occorrerà cominciare a fare i conti all’indomani delle elezioni europee del 26 maggio. La variabile politica è evidentemente decisiva, con annesse le incognite legate alla tenuta del governo. Dal punto di vista dei conti pubblici, incombono 23,1 miliardi di clausole Iva da disinnescare, per evitare che dal prossimo anno la principale delle nostre imposte indirette veda crescere di tre punti le aliquote del 10 e del 22 per cento.

È del tutto evidente che con l’economia in stagnazione un tale aumento dell’Iva avrebbe effetti pesantemente recessivi. Sul punto concordano un po’ tutti. Il problema è dove recuperare un ammontare di risorse così cospicuo. Lo segnala senza mezzi termini il ministro dell’Economia Giovanni Tria: o si aumenta l’Iva o si taglia la spesa.

A conti fatti, se alle clausole Iva da disinnescare si sommano gli stanziamenti necessari ad avviare la prima fase della “flat tax”, quelli destinati alle spese indifferibili e alla copertura a regime delle tranche 2020 e 2021 di reddito di cittadinanza e flat tax, il conto complessivo della prossima manovra si avvicina pericolosamente a quota 35-40 miliardi.

Certo si potrà forse il minore esborso previsto per quest’anno rispetto agli stanziamenti previsti dalla legge di Bilancio, ma non per questo si potranno allentare i cordoni della borsa. L’aspettativa espressa chiaramente dal vice premier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini è che l’esito delle prossime elezioni europee determinerà nuovi equilibri politici e che l’affermazione dei governi “sovranisti” aprirà la strada a nuova flessibilità.

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Un’aspettativa che rischia di mostrarsi illusoria poiché al contrario ci si potrà attendere maggiore rigore nei confronti del nostro paese. Non va dimenticato che quando il 24 novembre dello scorso anno la Commissione europea bocciò la manovra predisposta dal governo (poi riscritta e decisamente ridimensionata rispetto alla stesura iniziale) il voto a Bruxelles fu espresso all’unanimità. Dunque il ricorso a nuovo deficit si prospetta fin d’ora come una strada a dir poco impervia, senza contare che la reazione dei mercati (decisiva per un paese come il nostro che deve finanziare circa 400 miliardi di titoli del debito pubblico ogni anno) potrebbe essere negativa. Lo spread, già oggi nei dintorni dei 260 punti base (il doppio rispetto a un anno fa), potrebbe riprendere minacciosamente a salire e a quel punto la situazione da seria diverrebbe da emergenza. Uno scenario da scongiurare con la massima determinazione.

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  • Dino Pesole. Editorialista del Sole24Ore con competenze sui conti pubblici e le tematiche europee, giornalista professionista dal 1983, giornalista parlamentare, quirinalista. Ha cominciato la sua carriera …

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