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Home Economia

Rafforzare l’avanzo primario, la possibile strategia del governo

by Redazione
18 Giugno 2019
in Economia
Reading Time: 3 mins read
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Presentare a Bruxelles e ai mercati un aggiornamento dei conti pubblici che preveda un incremento dell’avanzo primario, l’indicatore chiave che registra il saldo tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi. È una strada che il Governo potrebbe perseguire per lanciare quanto meno un segnale , una sorta di clausola di garanzia rafforzata sulla sostenibilità del debito pubblico nel medio periodo, per far fronte anche al cosiddetto effetto snow-ball, con cui si quantifica l’impatto automatico della differenza tra la spesa per interessi e la crescita nominale del Pil sulla dinamica del debito.

Al momento, stando a quanto prevede il Documento di economia e finanza approvatolo scorso aprile, l’avanzo primario si ridurrebbe all’1,2% quest’anno rispetto all’1,6% del 2018, per poi crescere lentamente all’1,6% nel 2020, all’1,9% nel 2021 e al 2% nel 2022. Per rafforzarlo occorre una gestione oculata dei conti pubblici, basata su un accorto mix di contenimento della spesa corrente e di aumento delle entrate, componente quest’ultima che sta peraltro registrando un andamento positivo nei primi quattro mesi dell’anno anche per effetto del maggior gettito Iva garantito dalla fatturazione elettronica.

Se si guarda al recente passato, non si tratta di una missione impossibile. Come hanno osservato Giampaolo Galli e Lorenzo Codogno sul Sole24Ore del 7 giugno scorso, negli anni Novanta del secolo scorso, in particolare tra il 1991 e il 1997, l’avanzo primario salì da zero nei dintorni del 6% del Pil. Fu per gran parte l’effetto dell’operazione messa in atto dal governo Prodi, con Carlo Azeglio Ciampi ministro del Tesoro. Nell’anno chiave per l’ingresso nel gruppo di testa dei paesi aderenti alla moneta unica, il 1997, il deficit venne ridotto dal 6,7 al 2,7% del Pil, e grazie allo sforzo compiuto dall’intero paese l’avanzo primario si attestò attorno al 5,5%.

Lo stesso Ciampi si impegnò a mantenere il saldo in attivo nei dintorni del 5 per cento. Non andò esattamente così, perché rapidamente il cosiddetto dividendo dell’euro venne dissipato. Tra il 2000 e il 2005 l’avanzo primario venne quasi azzerato (circa cinque punti di Pil in cinque anni), perché prevalse l’orientamento a finanziare con l’aumento della spesa le misure di sostegno all’economia. Una prassi ricorrente, se lo sguardo si allarga a quanto avvenne negli anni Settanta e Ottanta: nel 1970 il debito pubblico era pari al 40,6% del Pil.

Nel 1992, l’anno della grave crisi finanziaria che portò il nostro paese fuori dal sistema di cambi di allora e impose la maxi-manovra di risanamento varata dal governo Amato (93mila miliardi delle vecchie lire) il debito pubblico era al 105,2%. Si arrivò al picco del 121,2% nel 1995, poi la lenta discesa bruscamente interrotta dall’esplodere della crisi del 2008-2012. Ora il debito pubblico, stando alle ultime previsioni economiche della Commissione europea, si attesta nei dintorni del 133,7% ed è indicato in aumento nel 2020 al 135,2%.

Non esistono ricette miracolistiche né facile scorciatoie. La via maestra, in linea con quanto il nostro paese è stato già in grado di fare, è recuperare la fiducia dei mercati. Il minor costo del finanziamento del debito indotto dalla riduzione dei tassi e dello spread apre spazi per la politica di bilancio. Ne beneficia il Pil, e in presenza di avanzi primari in costante e progressivo aumento, il debito comincia a ridursi in automatico, senza che sia necessario ricorrere a manovre correttive il cui effetto sarebbe inevitabilmente recessivo.

Va in questa direzione la “manovra trumpiana” evocata dal vice presidente del Consiglio Matteo Salvini che dovrebbe condurre alla riduzione delle tasse attraverso la flat tax? Il problema è che Trump la sua maxi operazione di sgravi fiscali l’ha finanziata per gran parte in deficit, coperto dalla liquidità garantita dalla Fed. Una strada preclusa per un paese ad alto debito come il nostro, e non solo e non tanto perché lo impediscono le regole europee, quanto perché sarebbero i mercati (in presenza di un nuovo, pericoloso allentamento della disciplina di bilancio) a chiedere al nostro paese un prezzo più alto per finanziare il debito.

Un maggior costo della spesa per interessi, indotto dall’aumento dello spread, contrae ogni spazio possibile di bilancio, e si trasforma in un onere che finisce per gravare su tutti i cittadini. Ne è ben consapevole il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che sta faticosamente provando a convincere gli investitori e Bruxelles che è possibile ridurre quest’anno il deficit attorno al 2,1%, contro il 2,4% indicato dalla legge di Bilancio, e che esclude “manovre trumpiane” perché l’Italia non ha il dollaro ma l’euro e liquida al tempo stesso i mini-bot come “illegali e pericolosi”. Tria ha ragione: non esistono scorciatoie. È lecito certamente che in previsione della prossima legge di Bilancio si cominci a delineare un seti di misure per sostenere la domanda interna, a patto che le coperture siano solide, a prova di mercati e al di fuori di rinnovate tentazioni da deficit spending.

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Tags: economiaNotizie/Politica Economica
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