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Rapporto Bankitalia sulla stabilità: quello stress finanziario che blocca la crescita

Come sta l’Italia, finanziariamente parlando, in questo primo scorcio del 2019? La risposta della banca centrale italiana è: meglio che nel novembre 2018, ma che stress per il sistema! Il rapporto sulla financial stability mette infatti in evidenza che in giro per il mondo i rischi sono in aumento perché l’attività produttiva rallenta e pesano le tensioni commerciali; le banche centrali fanno del loro meglio per favorire un miglioramento delle condizioni sui mercati finanziaria, ma nel frattempo l’incertezza è cresciuta e la possibile volatilità dei mercati anche. Non basta. Anche in Italia le previsioni di crescita del Pil sono state drasticamente ridotte, il differenziale di rendimento con i titoli tedeschi resta su valori superiori a quelli prevalenti nei primi mesi dello scorso anno e i rischi macroeconomici, per la stabilità finanziaria, certamente accentuati dall’indebolimento della crescita globale, «riflettono anche vulnerabilità interne».

Nel rapporto si ricorda che «l’alto livello del debito pubblico in rapporto al Pil, arrivato al 132,2 per cento e in procinto di aumentare ancora (si ridurrebbe, secondo il Def solo in seguito all’aumento delle aliquote Iva già incluso nella legislazione vigente) lascia l’economia italiana esposta alle tensioni sui mercati finanziari» e riduce la capacità della politica di bilancio di sostenere l’attività produttiva in fasi di rallentamento. Con le attuali aspettative dei mercati, poi, l’onere per interessi sul debito pubblico aumenta di circa 4 miliardi rispetto ai tassi attesi ad aprile dello scorso anno.

Bankitalia valuta lo stress macro-finanziario al quale è sottoposta la nostra economia e costruisce un indicatore che aggrega misure di tensione per i cinque mercati principali: obbligazionario e titoli di Stato; azionario nel segmento intermediari finanziari; azionario complessivo: monetario: cambi. Ebbene, la febbre misurata da questo indicatore è cresciuta nell’ultimo anno, anche se, fortunatamente, è inferiore ai valori raggiunti ai tempi di Lehman o in quelli della crisi del debito sovrano.

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Palazzo Koch osserva che in passato un peggioramento dell’indice pari a una deviazione standard (-0,1) si è associato a una minore crescita economica nei successivi dodici mesi fino a -0,9 punti percentuali. Non è, sia chiaro, una previsione, ma la mera constatazione che convivere con un perdurante stress finanziario surgela l’attività produttiva: perché riduce l’accesso al credito per le piccole e medie imprese, perché aumenta l’indebitamento delle famiglie (rispetto allo scorso settembre i margini applicati dalle banche sui mutui sono aumentati di quasi 50 punti base); perché le banche, che stanno sì continuando a rafforzarsi, si trovano di fronte a una cattiva congiuntura economica che comprime i loro utili e restano molto vulnerabili a eventuali condizioni avverse dei titoli di Stato (nella pancia ne hanno 332 miliardi, il 9,9% dell’attivo).
Inoltre, si osserva nel rapporto, è vero che il livello dei credit default swap sui titoli di stato rispetto al picco del 2018 si è ridotto, però è maggiore rispetto alla prima metà dello scorso anno; e resta vero che la metà del premio al rischio per insolvenza è tuttora collegata ai rischi di una ridenominazione del debito in valuta. Ovvero, come ha osservato di recente il presidente della Bce Mario Draghi, le parole – sbagliate – sul futuro dell’euro hanno avuto e hanno ancora un prezzo.

Ci si potrebbe consolare, parafrasando Piero Calamandrei, con il fatto che in Italia: «Ora e sempre, resilienza». Siamo resilienti sul saldo corrente della bilancia dei pagamenti mentre la posizione netta sull’estero del nostro paese potrebbe diventare positiva nel corso del prossimo anno; la ricchezza delle famiglie è elevata e l’indebitamento del settore privato è tra i più bassi dell’area euro. Inoltre, come documenta la tabella sulla sostenibilità finanziaria, la lunga vita media del debito pubblico italiano (6,7 anni) rallenta la trasmissione del rialzo dei rendimenti all’emissione del costo medio del debito.

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Quella stessa tabella, però, mostra un dato inquietante: nel 2020, secondo i calcoli del Fondo monetario internazionale, lo stock del debito pubblico italiano, che per il 30,5% è posseduto da non residenti, salirà al 134,1 per cento. Possiamo permettercelo?

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