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Recovery Fund e Mes: quale dei due strumenti ha più condizionalità?

Recovery Fund, Conte: “Trattativa difficile, ma non potevamo fallire”

I fondi del “New Generation Ue” sono subordinati a un piano di riforme e investimenti che il Governo dovrà presentare entro metà ottobre. Per il “Pandemic crisis support” c’è solo l’obbligo di destinare le risorse esclusivamente ai costi della sanità

23 luglio 2020


3′ di lettura

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Il Pd torna alla carica e il leader di Italia Viva, Matteo Renzi,invita (con obiettivo realismo) a riflettere. Il ragionamento è il seguente: l’Italia accederà ai 209 miliardi del Recovery Fund europeo, che comunque contiene

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delle “condizionalità” in termini di rispetto di un preciso cronoprogramma di riforme e investimenti da realizzare, e non accede alla nuova linea di credito da 36 miliardi del Mes, che non prevede alcuna condizionalità se non quella di destinare le risorse in via esclusiva ai “costi diretti e indiretti” della sanità.

In effetti, sembra un paradosso, ma come noto sull’utilizzo del Mes resta ferma la contrarietà di buona parte del Movimento Cinque Stelle, e dunque al Senato non vi sarebbero i numeri per farlo passare. Potrebbe venire in soccorso Forza Italia, favorevole all’utilizzo della nuova linea di credito del Mes, ma questo comporterebbe un “cambio di maggioranza”, con conseguenze evidenti sulla tenuta del Governo. La motivazione dunque è tutta politica.

Le “condizioni” del Recovery Fund

Non c’è il diritto di veto da parte dei governi, come avrebbero voluto i paesi “frugali”, e la parola definitiva spetterà alla Commissione e al Consiglio che si esprimerà a maggioranza qualificata. Tuttavia il monitoraggio sullo “stato di avanzamento” delle riforme e degli investimenti, precondizione assoluta per accedere alle quote annuali del Recovery Fund, sarà preciso e cogente, con annesso il “freno di emergenza”, una sorta di warning che scatterà nei confronti di chi non rispetterà il timing concordato. I fondi del “New Generation Ue” sono esplicitamente subordinati a un piano di riforme che il Governo dovrà presentare entro metà ottobre dopo aver messo a punto la Nota di aggiornamento del Def. Una sorta di work in progress, dunque.

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Il capitolo investimenti

Si entrerà evidentemente nel merito delle riforme prospettate dal Governo. Trattandosi di fondi che andranno ad esaurirsi, le relative risorse non potranno essere utilizzate per finanziare piani di riduzione strutturale della pressione fiscale, che al contrario richiederanno coperture ad hoc. Per il resto, si avvierà una trattativa tecnico/politica in primis con la Commissione, con annesse le nuove “condizionalità” se pur circoscritte al rispetto degli impegni assunti. A Bruxelles si guarda con particolare attenzione al percorso di attuazione del decreto sulle semplificazioni, varato dal Governo il 7 luglio, su cui il monitoraggio sarà costante. Al pari del decisivo capitolo degli investimenti, che il Governo nel Programma nazionale di riforma inviato alla Commissione promette di incrementare in modo sensibile.

È il passaggio decisivo, poiché negli ultimi anni più che un problema di risorse da noi si è evidenziata una carenza cronica di realizzazione degli investimenti programmati. L’intreccio di competenze tra Stato centrale e autonomie locali, i processi burocratici e le lentezze nell’assegnazione degli appalti hanno reso alquanto complessa la realizzazione delle opere infrastrutturali materiali e immateriali che pure sono state messe in cantiere. Poi in primo piano, gli stanziamenti diretti alla ricerca, l’istruzione, l’innovazione e la digitalizzazione nonché le riforme che puntino incrementare “la crescita potenziale, la competitività, l’equità e la sostenibilità sociale ed ambientale”. Decisivo anche il capitolo relativo al contrasto dell’evasione fiscale, e sul versante della più complessiva riforma del fisco l’invito più volte rivolto al Governo è a trasferire l’onere fiscale dal lavoro ad altre voci.

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