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Tutto quello che non va nel reddito di cittadinanza secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio

reddito cittadinanza upb

 (Afp)

 Luigi Di Maio

Dubbi dell’Ufficio parlamentare di bilancio sul reddito di cittadinanza: i “rischi” potrebbero derivare dall’insorgere di “comportamenti opportunistici di incentivo all’evasione e disincentivo al lavoro” con possibili “effetti di spiazzamento. In altre parole, spiega il presidente dell’Upb, Giuseppe Pisauro, nel corso dell’audizione in commissione Lavoro del Senato sul decretone, “chi oggi lavora e ha un reddito inferiore a quello del beneficio in teoria ha un vantaggio a smettere di lavorare e a portare a casa il beneficio”.

“Per come è congegnato, il Reddito di cittadinanza è connotato dalla debolezza degli incentivi a partecipare spontaneamente all’attività lavorativa”, ha spiegato Pisauro sottolineando che “al momento della richiesta del beneficio l’intero reddito da lavoro guadagnato entra nel reddito del nucleo familiare da integrare con il Reddito di cittadinanza, il che corrisponde all’applicazione di un’imposta implicita del 100 per cento se il reddito da lavoro è pari o inferiore alla soglia”.

Chi ha un basso salario guadagnerà come chi non lavora

Secondo l’Upb, “i soggetti che lavorano e che percepiscono salari bassi avranno pertanto una disponibilità economica uguale a quelli che non lavorano. Inoltre questo disincentivo – ha osservato Pisauro – è aggravato dal fatto che la misura del reddito di cittadinanza potrebbe spiazzare segmenti del mercato del lavoro, soprattutto al Sud, caratterizzati da retribuzioni particolarmente modeste eventualmente dovute a rapporti part-time o di collaborazione, per i quali l’attività lavorativa non risulterebbe economicamente conveniente”. 

Quanto alle misure coercitive, ha concluso il presidente dell’Upb, “il principale disincentivo a comportamenti opportunistici è costituito dall’obbligo di accettare offerte di lavoro congrue. La credibilità di questo meccanismo non appare scontata e dipenderà dall’effettiva dimensione della disoccupazione frizionale, dall’efficacia dei Centri per l’impiego nel mettere in contatto domanda e offerta di lavoro, dalla convenienza delle imprese a rivolgersi ai beneficiari del reddito di cittadinanza per colmare le proprie vacancies”. 

Le famiglie numerose sono le meno tutelate

“Rispetto all’incidenza della povertà assoluta – ha spiegato Pisauro – sono maggiormente tutelati i nuclei meno numerosi: per i monocomponenti i beneficiari sono pari all’84 per cento del totale dei poveri assoluti (4,4 per cento l’incidenza dei beneficiari, contro un’incidenza della povertaà assoluta del 5,2 per cento) rispetto a circa il 77 per cento (13,7 per cento, contro il 17,8 per cento) per i nuclei con più di quattro componenti”.

Alla base di questa differenza, secondo l’Upb, “figurano anche ragioni connesse al contenimento delle risorse stanziate e dell’entità dell’assegno base a suo tempo annunciato. Questo ha indotto ad adottare una scala di equivalenza, sulla quale è parametrato il reddito di cittadinanza in funzione del numero dei componenti del nucleo familiare sostanzialmente piu’ piatta rispetto a quelle generalmente utilizzate”.

Se i 400.000 potenziali percettori del reddito di cittadinanza “che oggi sono occupati si facessero tutti licenziare, la spesa crescerebbe di 2 miliardi a regime”, è la stima fornita da Pisauro, il quale ha sottolineato che si tratta “di un’ipotesi estrema per dare l’idea di che tipo di fenomeno potenziale abbiamo di fronte”.

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