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Visco: senza immigrati 3,5 milioni di lavoratori in meno entro il 2030

L’immigrazione può dare un contributo alla capacità produttiva dell’Italia, l’importante è che le persone che arrivano abbiano delle competenze di alto livello. Inoltre occorre promuovere l’integrazione e la formazione di chi proviene da altri paesi. È uno dei messaggi lanciati dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nelle Considerazioni finali.

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«Da qui al 2030 – ha sottolineato – , senza il contributo dell’immigrazione, la popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni diminuirebbe di 3 milioni e mezzo, calerebbe di ulteriori 7 nei successivi quindici anni. Oggi, per ogni 100 persone in questa classe di età ce ne sono 38 con almeno 65 anni; tra venticinque anni ce ne sarebbero 76. Queste prospettive sono rese più preoccupanti dall’incapacità del Paese di attirare forze di lavoro qualificate dall’estero e dal rischio concreto di continuare anzi a perdere le nostre risorse più qualificate e dinamiche».

Alla fine del 2018 gli stranieri erano pari all’8,7 per cento della popolazione, 0,2 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente, e sostanzialmente in linea con la media dell’Unione europea.

Tra gli immigrati la quota di laureati è meno della metà di quella nell’Unione
«Dai primi anni Novanta in Italia il numero degli immigrati supera ogni anno quello degli emigrati – ha spiegato Visco – dopo un lieve calo durante la crisi dei debiti sovrani, il saldo ha continuato a salire, portandosi nel 2018 a quasi 190.000 persone, lo 0,3 per cento della popolazione. La quota di laureati tra gli stranieri, pari a quasi il 13 per cento, è meno della metà di quella media registrata nell’Unione».

Il nesso tra immigrazione, fuga dei cervelli e andamento demografico
Il dossier immigrazione va letto in parallelo con altri due aspetti. Il primo: la fuga dei cervelli, ovvero i giovani che una volta laureati vanno a cercare lavoro all’estero. Il secondo: l’andamento demografico del Paese. «Se alziamo lo sguardo oltre l’orizzonte della congiuntura – ha continuato Visco – non possiamo ignorare il rischio, implicito nelle tendenze demografiche, di un netto indebolimento della capacità produttiva del Paese e la prospettiva di una forte pressione sulle finanze pubbliche».

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