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Visco: serve riforma fiscale stabile e di sistema

L’Italia ha bisogno di una riforma fiscale di sistema, che tenga conto dei vincoli di finanza pubblica e che sappia premiare il lavoro e l’impresa. La riforma non deve concentrarsi su una singola imposta diretta o indiretta e deve essere adottata in una prospettiva di stabilità, ovvero evitando che, una volta adottate le nuove regole, poi l’anno dopo si cominci a modificarle. È questo il messaggio più forte uscito dal dibattito al Festival dell’Economia di Trento cui ha partecipato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco.

Con ampi richiami ai contenuti delle “Considerazioni finali”, di venerdì scorso, Visco ha spiegato che l’attuale struttura delle imposte dirette e indirette non è più adeguato a un mondo che è cambiato. «Oggi c’è il valore aggiunto del digitale che qualche decennio fa non c’era» ha osservato, «e ci sono le nuove tecnologie» che possono cambiare le strategie di contrasto dell’evasione e l’elusione fiscale. È la flat tax una risposta? Sul tema Visco ha dato una risposta indiretta: sicuramente vanno ricordati i vincoli costituzionali che prevedono una progressività delle imposte e, inoltre, non conoscendo la proposta concreta è difficile valutarne gli effetti distributivi o redistributivi. Conta, ha insistito, non aprire nuovi cantieri di riforme fiscali infinite: «Troppi interventi creano incertezza e alla lunga instabilità» ha affermato ricordando le scelte da fare sugli 80 euro, l’Ace, gli incentivi per gli investimenti.

Il governatore ha insistito, affrontando tutti i temi proposti da Ferruccio De Bortoli e la giornalista del Financial Times Valentina Romei, sul nodo della credibilità. «Servono riforma di struttura capaci di guardare al medio lungo periodo» ha affermato. All’opposto, proposte come quella di utilizzare “miniBot” per pagare i fornitori della Pa, non aiutano a ridurre la percezione diffusa sul nostro debito pubblico. Un debito/Pil al 130% «è sostenibile» ha detto Visco ma impedisce di effettuare politiche espansive, di investire in infrastrutture e «espone il nostro Paese a una volatilità inaccettabile». Non solo. Un elevato debito e un elevato spread BtP/Bund incidono sulla redditività delle banche, che pure sono uscite dagli anni difficili della crisi. Nelle “Considerazioni” di venerdì, sul punto, Visco aveva ricordato che l’ammontare di obbligazioni bancarie in scadenza entro la fine del prossimo anno supera i 70 miliardi di euro (su oltre 330 miliardi di euro) e che con costi di raccolta crescenti, la necessità di rinnovare e ampliare la raccolta all’ingrosso «tenderà a comprimere il margine di interesse».

Parlando di Europa il governatore ha spiegato che l’ostacolo da superare ora, dopo il passaggio elettorale, è la sfiducia diffusa, soprattutto tra paesi del nord e del sud del Continente. Ma bisogna proseguire al completamento dell’Unione in tutte le sue declinazioni istituzionali: di bilancio, bancaria, del mercato dei capitali. «Bisogna essere determinati e credibili, affrontare i temi strutturali con coraggio» ha detto rispondendo alle domande sulla lettera inviata due giorni fa a Bruxelles. Mentre sul debito pubblico e la possibilità che si apra una procedura nei confronti dell’Italia ha ribadito che fino a quando il costo del debito sarà superiore al tasso di crescita del Pil (condizione unica in Europa condivisa da Italia e Grecia) sarà difficile garantire una traiettoria di discesa credibile.

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Tra i temi strutturali sui cui è tornato a più riprese il governatore, c’è stato quello della transizione demografica che pesa sulle prospettive del Paese. Questione che i media e i social media «dovrebbero mettere al centro del confronto pubblico» ha affermato. Nelle “Considerazioni finali” di venerdì Visco aveva fatto rilevare come da qui al 2030, senza il contributo dell’immigrazione, la popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni diminuirebbe di 3 milioni e mezzo, mentre calerebbe di ulteriori 7 milioni nei successivi quindici anni. Oggi, per ogni 100 persone in questa classe di età ce ne sono 38 con almeno 65 anni; tra venticinque anni ce ne sarebbero 76. Prospettive rese ancor più preoccupanti «dall’incapacità del Paese di attirare forze di lavoro qualificate dall’estero e dal rischio concreto di continuare anzi a perdere le nostre risorse più qualificate e dinamiche».

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