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Barilla: progetti educativi nelle scuole e pasta di discutibile provenienza sugli scaffali

di Matilde De Luca
Il principale produttore di pasta al mondo ce la mette tutta per sembrare trasparente e propositivo. Addirittura un accordo con il MIUR prevede progetti educativi a tema sostenibilità ambientale. Ma è il caso di fidarsi?
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Il Fatto Alimentare

"La Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition mette a disposizione dei docenti della scuola secondaria di II grado, per affrontare con i ragazzi argomenti di fondamentale importanza, come la cittadinanza attiva e la sostenibilità alimentare e ambientale. Questa proposta è sostenuta da un protocollo con il MIUR e prevede molteplici strumenti e percorsi di didattica digitale, adatti a diverse fasce di età, contributi di esperti internazionali, proposte laboratoriali interattive e molto altro ancora, in grado di supportarLa nel trasferire conoscenze scientifiche ai suoi ragazzi, in modo interessante e coinvolgente. Nello specifico, per le lezioni in classe con i Suoi studenti, le consigliamouna guida didattica e la Focus Unit per le lezioni in classe. Ad essi si aggiunge un intero corso formativo on-line sulla sostenibilità, in inglese (con sottotitoli in italiano), incentrato sui cambiamenti dei sistemi alimentari nel mediterraneo, che potrà condividere con gli studenti, seguendo le apposite line guida e il materiale formativo di supporto. Si tratta di un pacchetto molto ricco e completo per educare gli studenti su tematiche determinanti per le professioni future" 

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Grandi marchi per grandi progetti educativi. Meno male che ci pensano le aziende ai nostri pargoletti, del resto  “Dove c’è Barilla c’è casa”. Come dimenticare la bucolica pubblicità del noto marchio,  con un Banderas rustico e accogliente per protagonista, che con voce persuasiva inzuppa impeccabili biscottini nel latte e li degusta con pathos.

Dove c’è Barilla, più che casa, c’è contaminazione. Un marchio poco “clean”, che semina scandali al suo passaggio nel corso del tempo e dello spazio. Si perché chi crede che la Barilla sia un marchio tutto all’italiana si sbaglia di grosso: la stessa azienda nel 2011 ha pubblicamente dichiarato in un rapporto di “sostenibilità”, di importare tra il 30 e il 40% del grano da paesi esteri. Successivamente, nel 2017 tale rapporto si trasforma in uno spot e in una pagina web. Incuranti degli scandali che ne macchiano le gesta, i “barilliani” dichiarano fieramente di essere i più grandi produttori di pasta al mondo.  Ad essere importato non è solo il grano, ma anche gli ingredienti utilizzati nei vari prodotti, merendine, biscottini, crackerini, sono solo in piccolissima percentuale composti da ingredienti di origine italiana. Persino l’olio, che dovrebbe essere uno dei nostri cavalli di battaglia, è importato da Grecia, Spagna e Tunisia.

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Comparto sanità

Per quanto riguarda il grano, la stessa Barilla nel proprio sito sbandiera orgogliosa la provenienza multietnica delle proprie spighe: Stati Uniti, Grecia, Turchia e Russia. Presupponendo che evidentemente i guadagni siano più succulenti se si importa il grano anziché utilizzare quello prodotto nella nostra terra, ma questa è una tendenza tipica del sistema commerciale globale, non dimentichiamoci dello scandalo del grano radioattivo emerso nel 2017. Cosa accadde?

Si scoprì che molte delle coltivazioni della Barilla si trovavano proprio in prossimità di Chernobyl, in aree altamente contaminate. Proprio in virtù di questa spiacevole caratteristica potete immaginare il basso prezzo a cui Barilla  coltiva quei campi…un’affarone.  Greenpeace in un rapporto chiamato “Nuclear scars: the Lasting Legacies of Chernobyl and Fukushima” ricorda che l’inquinamento nucleare causato dal disastro di Chernobyl colpisce proprio quelle zone di Russia e Ucraina destinate alla coltivazione. Oltre 10.000 chilometri quadrati tra Russia, Bielorussia e Ucraina sono inutilizzabili per migliaia di anni per il plutonio che ha contaminato il terreno. Eppure, in queste stesse zone colpite dalle radiazioni nucleari, viene coltivato il grano che finisce poi nei nostri piatti.

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 Non è tutto. Anche il caro vecchio Glifosato si aggiunge agli ingredienti di una pasta “tutta all’italiana”, insieme a varie micotossine, cadmio e piombo.  L’Italia importa più del 50% del grano dall’Ucraina. L’aumento di importazioni di grano dall’Ucraina risponde ad una precisa strategia dell’Europa di fare nuovamente di questo gigante agricolo «il granaio d’Europa». In questa direzione va l’accordo di libero scambio tra UE e Ucraina, entrato in vigore il 1 gennaio 2016, che ha eliminato in parte i dazi di importazione rendendo più competitivo il grano ucraino. Quindi la Barilla è solo la punta dell’Iceberg di quella che è una più amplia strategia internazionale. La giungla del grano,dove non esistono regole e ci si mangia a vicenda, costringe in un certo senso le aziende ad adattarsi alle dinamiche del mercato. Però esiste il libero arbitrio e c'è chi sceglie di mettere la salute in secondo piano e di puntare dritto all'utile.