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Enogastronomia

Coldiretti, porti chiusi a made in Italy, da ciliegino a riso

(ANSA) – ROMA, 31 AGO – Non solo dazi, lo stop al made in Italy a tavola nel mondo arriva soprattutto dalle barriere sanitarie e burocratiche nei confronti dei prodotti agroalimentari nazionali, dal pomodoro ciliegino bloccato alle frontiere con il Canada ai porti chiusi al riso tricolore in Cina. Un freno che costa almeno mezzo miliardo all’export nazionale. È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti sul Dossier realizzato

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dal ministero delle Politiche Agricole sugli ostacoli che in molti Paesi impediscono l’accesso alle esportazioni di cibi e bevande.

“Si tratta – sottolinea la Coldiretti – di blocchi alle esportazioni e misure restrittive giustificati ufficialmente dal rischio della diffusione di malattie e parassiti delle piante ma che non trovano spesso riscontro nella realtà e coprono invece politiche protezionistiche. Un freno a un export che è in aumento del 6,7% nei primi cinque mesi del 2019 dopo aver raggiunto nel 2018 il valore record di 41,8 mld di euro secondo una analisi della Coldiretti su dati Istat”.

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“A livello nazionale serve un task-force che permetta di rimuovere con maggiore velocità le barriere non tariffarie che troppo spesso bloccano le nostre esportazioni”, afferma il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini.

Prandini sottolinea quindi la necessità per il nuovo governo guidato dal premier Giuseppe Conte di “investire anche sulle Ambasciate, introducendo nella valutazione principi legati anche ai risultati commerciali. Un cambiamento che deve riguardare – conclude Prandini – anche la logistica con trasporti efficienti sulla linea ferroviaria e snodi aeroportuali per le merci che ci permettano di portare i nostri prodotti rapidamente da nord a sud del Paese e poi in ogni angolo d’Europa e del mondo”.

Per Coldiretti “una vera e propria guerra commerciale sommersa che – precisa la Coldiretti – nasconde spesso la volontà di difendere interessi locali per aggirare anche accordi internazionali sul libero scambio”.

Porte chiuse alle mele nazionali in molti Paesi asiatici come la Thailandia, il Vietnam e Taiwan ma nostri produttori sono in attesa di riscontri anche per l’atteso via libera alle pere e alle mele in Sud Africa ed anche in Cina che frappone ostacoli per motivi fitosanitari e chiede assicurazioni sull’assenza di patogeni della frutta (insetti o malattie) non presenti sul proprio territorio con estenuanti negoziati e dossier che durano anni e che affrontano un prodotto alla volta. Problemi anche per carni e prodotti di salumeria anche cotti.

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