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Ai venezuelani ormai la Canasta bàsica dura solo due settimane

Ai venezuelani ormai la Canasta bàsica dura solo due settimane

 Afp

Un mercato di Caracas

Tradurre il termine venezuelano Canasta basica, è abbastanza semplice: cesto di base, basico appunto, che contiene quei beni considerati essenziali giusto per la sopravvivenza. In Venezuela però vuol dire che questi giorni di crisi, miseria e soprattutto incertezza circa il futuro, sono destinati a non finire. La canasta basica non è niente di più di uno scatolone venduto dallo stesso governo a prezzi modici dove dentro si dovrebbero trovare prodotti lattiero-caseari, carne, uova, legumi, cereali, zuccheri, grassi (tipo olio vegetale o burro), verdura, frutta e altri elementi necessari come sale e caffè.

Tutto ciò che serve in una quantità buona per nutrire, teoricamente, una famiglia di quattro persone. Teoricamente sì, perché cosa poi finisce dentro quella scatola resta pur sempre un’incognita, anche la canasta basica infatti deve sottostare alle possibilità del governo stesso, che importa quegli alimenti dall’estero, specialmente da Messico, Canada, Brasile e Stati Uniti.

Cosa c’è in questi giorni nella Canasta

In questi giorni i venezuelani, secondo quanto scrive La Repubblica, dentro la loro canasta hanno trovato “un chilo di farina, uno di zucchero, carne in scatola, tonno in scatola, riso, cereali, spaghetti, olio di mais e maionese”, ma il problema è che “la provvista contenuta nella Canasta básica non dura in genere più di quindici giorni ed è quindi necessario, a metà mese, ricorrere al supermercato. Qui però, a fronte di pensioni e stipendi minimi da 19 mila bolívares, un chilo di formaggio sta a 13 mila bolívares, un cartone da sei uova a 5 mila, un pezzo di carne, mediamente, ancora a 13 mila. Per i 13 mila bolívares della carne servirebbero, nella migliore delle ipotesi, 65 banconote (il taglio più grande in giro è da 200). Ma di banconote non ce ne sono abbastanza. Il governo dunque carica quello che può su una carta di debito, ma il Paese – in crisi di produzione, di importazione e di lavoro – non riesce più a reperire nemmeno la plastica per fare queste carte. Mancando del tutto i medicinali, le farmacie si sono ridotte a vendere patatine fritte e ricariche telefoniche. I venezuelani dichiarano di aver perso negli ultimi due anni, mediamente, 11 chili a testa”.

Leggi il servizio completo su Repubblica

Canasta Bàsica, Venezuela (AFP)

La canasta bàsica può essere acquistata soltanto dagli iscritti al Clap (Comités Locales de Abastecimiento y Producción), che sulla carta risultano essere comitati di distribuzione alimentare dislocati nel territorio, ma che secondo molti servono più che altro al governo per censire gli abitanti distinguendo soprattutto chi è fedele alla linea governativa da chi no, e chi non lo è ne sconta le conseguenze restando a corto di cibo.

Episodi di manipolazione delle provviste alimentari

Ma non è tutto, le controversie rispetto i Clap e la canasta bàsica non finiscono qui. La Patilla, uno dei siti web più seguiti in Venezuela, anni fa pubblicò un video dove in un magazzino di smistamento di questi pacchi della speranza, i beni venivano manipolati e distribuiti in maniera mirata verso determinate zone del Paese. “Tutto normale – commentò Freddy Bernal, a capo dei Comitati Locali che si occupano di fornitura e produzione – a causa della crisi economica”, ai tempi però, era il dicembre del 2017, la pensò diversamente la polizia che condusse una maxi operazione che portò all’arresto di 180 persone, un traffico, quello della merce destinata alla canasta basica, che coinvolgeva uomini d’affari, polizia e membri del Clap.

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Un mercato di Caracas

Eclatante fu il sequestro di 30 tonnellate di cibo e medicine intercettato dalla malavita locale per essere trasportato e rivenduto privatamente. Lo stesso Barnal in seguito finì nella Narcotics Specialized Designated Traffickers, la black list redatta dall’amministrazione Clinton nel 1995 che raccoglieva personaggi e aziende legate al narcotraffico; in più il Dipartimento del Tesoro statunitense accusò ufficialmente lo stesso Barnal di minare il processo elettorale in Venezuela con la censura dei media o con la corruzione nei programmi di amministrazione alimentare.

Il caso Diaz

Un’altra faccenda singolare che riguarda i Clap coinvolgerebbe un uomo d’affari messicano, Alex Saab, che tramite una società registrata ad Hong Kong, la Group Grand Limited, avrebbe chiuso direttamente con il presidente venezuelano Maduro vendite di beni destinati alla canasta bàsica, per circa 200 milioni di dollari. Ma il procuratore generale Luisa Ortega Diaz indagando risalì ai vertici dell’azienda, accertando che Saab non solo era effettivamente a capo dell’azienda messicana ma che in realtà altro non era che un uomo dello stesso Maduro, e accusando così in pratica il presidente venezuelano di vendere al proprio Paese merce proveniente da una sua stessa azienda.

Le ripercussioni sulla Diaz furono pesantissime: il 5 agosto del 2018 la Corte Suprema a Sala Plena, usurpando l’autorità dell’Assemblea nazionale, decise di sospenderla dall’incarico di procuratore generale e iniziare un’azione penale contro di lei che prevedeva perfino il congelamento dei beni e il divieto di lasciare il paese. La Diaz però, da anni in prima linea sui maggiori scandali che hanno colpito il suo paese, riesce dopo una rocambolesca fuga a raggiungere l’isola di Aruba, territorio delle Antille Olandesi, e da allora denuncia la corruzione all’interno della macchina amministrativa venezuelana in tutto il mondo.

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Canasta Bàsica, Venezuela

La sua indagine viene soppressa dall’alto, addirittura l’11 settembre del 2018 la Commissione Nazionale delle Telecomunicazioni del Venezuela (il CONATEL) vieta ufficialmente, tramite un documento che porta la firma del direttore generale Vianey Miguel Rojas, a Roberto Deniz e al sito di informazione Armando Info per il quale scriveva e che stava documentando l’indagine con un’inchiesta, anche solo di fare il nome di Alex Saab. Chiaramente l’Unione nazionale dei lavoratori della stampa (SNTP) insorge e Diaz si rifiuta di sottostare al divieto, ma il subbuglio che ne segue porta soltanto ad una serie di improvvisi attacchi informatici ai server del sito e all’obbligo imposto dal governo nei confronti di Diaz di lasciare il paese e di continuare ad occuparsi dell’inchiesta.

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