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Balcani bollenti: l’Europa si sveglia

Il presidente della commissione Europea Jean-Claude Juncker getta il sasso nello stagno alla sessione plenaria dell’Europarlamento:”dobbiamo aprirci, non voglio che ritorni la guerra”. Ma Macron non è d’accordo

Il presidente della Comissione Europea Jean-Claude Juncker ha gettato il sasso nelle acque stagnanti della politica estera europea e all’Europarlamento ha tuonato: “dobbiamo aprire le porte ad alcuni paesi dei Balcani occidentali. Non voglio vedere tornare la guerra”. Non sarà facile nè rapido: l’entrata di paesi balcanici nella Unione Europea ha avversari potenti, come il premier francese Macron.

Guerra: una parola che sembrava uscita per sempre  dal vocabolario europeo e che ritornò feroce e sanguinosa nella crisi dei Balcani degli anni ’90 e che oggi si è trasformata in quella strana “guerra a bassa intensità” che insanguina il Donbass ucraino, senza che i media se ne occupino più che tanto. 

Come abbiamo messo in evidenza nelle ultime settimane su CorriereQuotidiano gli attriti tra i vari paesi dell’area più bollente d’Europa – esclusa l’Ucraina – stanno trasfomandosi in pericolose fratture. 

L’ombra di Putin si proietta su quest’area e vede sopratutto nella Serbia la colonna portata della sua politica espansionistica: tra Belgrado e Mosca vige una sorta di storica intesa per le comuni e sentite radici slavo-ortodosse. In geopolitica non esiste il vuoto: l’assenza di una politica unitaria e condivisa della Ue, una certa distrazione degli Usa hanno consentito alla Russia di aumentare la sua influenza.

Le recenti elezioni in Ungheria che hanno visto il trionfo della “democratura” di Viktor Orban, mentre dalle urne del Montenegro è finalmente uscito una segnale positivo per l’Occidente.La riconferma  del premier Djukanovic avvicina il piccolo ma strategicamente importante Paese alla Nato e all’Unione Europea. 

Il puzzle balcanico insomma è in forte movimento, con aree di crisi potenziali, come quelle rappresentate dalla corsa agli armamenti tra Croazia e Serbia, i meno pericolosi ma significativi contenziosi adriatici tra Slovenia e Croazia, la questione aperta tra Ungheria e Serbia sulla Voivodina, e la pericolossima querelle kosovara, sulla quale Tirana e Belgrado sono ferocemente contrapposte. 

Antonio Devetag

 

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