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Chi ha vinto e chi ha perso alle elezioni europee 2019

Dalle elezioni europee 2019 emergono vinti eccellenti e vincitori che tenteranno di ridisegnare a proprio vantaggio gli equilibri interni a Bruxelles.

I VINCITORI

1. SALVINI, LE PEN E FARAGE SCUOTONO L’EUROPA

Dalle urne è uscita netta la vittoria di tre leader politici che, per motivi e in contesti diversi, impersonificano la crociata contro l’Unione europea: il vice premier italiano e segretario della Lega Matteo Salvini, l’oppositrice numero uno del presidente francese Emmanuel Macron, Marine Le Pen, e il primo sponsor dell’uscita del Regno Unito dalla Ue, Nigel Farage. La Lega si è affermata come terzo partito al parlamento europeo per numero di seggi, più che quintuplicando il risultato del 2014 (6,15%). Contemporaneamente, la prima alleata di Salvini, Le Pen, ha vinto per la seconda volta il voto per il parlamento Ue in Francia, sconfiggendo l’alfiere dell’europeismo Macron. Più a Nord, nel Regno Unito agitato dal recente annuncio di dimissioni di Theresa May, ha trionfato l’uomo che ha dato il la alla Brexit, prima di cadere nel dimenticatoio e ora tornare alla ribalta. Portando il suo Brexit Party a essere (con 29 seggi) il primo partito di quel parlamento Ue che vuole disperatamente abbandonare.

2. ORBÁN VA IN PRESSING SUL PPE

Nella periferia dell’Unione europea, fa notizia una volta di più il premier ungherese Viktor Orbán. Che è si al governo da nove anni, ma si è affermato con una percentuale (intorno al 52%) destinata a far suonare più d’un campanello d’allarme a Bruxelles. In primis, perché il trionfo dell’uomo di copertina del Gruppo di Visegrad, dopo una campagna tutta giocata in chiave anti-immigrazione, s’è concretizzato in un contesto di grande partecipazione dei cittadini ungheresi al voto, con un’affluenza record del 42%. E poi perché mentre Orbán ha fatto il pieno di consensi, il Partito popolare europeo (Ppe) – il gruppo parlamentare di cui fa parte e che lo ha messo ai margini per le sue posizioni sovraniste – ha perso slancio e seggi. Con il risultato che, all’indomani del voto, l’ala più a destra del gruppo potrebbe cercare di far valere i consensi raccolti nella definizione della linea per la nuova legislatura, a discapito della componente più moderata. «Sceglieremo il nostro gruppo in funzione della politica futura del Ppe», ha chiarito Orbán dopo la chiusura delle urne. Lasciando aperta l’ipotesi di uno strappo coi popolari per unirsi a Salvini, Le Pen & co.

3. IL BOOM DEI VERDI E LA POSIZIONE DI FORZA DEI LIBERALI

Tra i gruppi più galvanizzati dal voto europeo ci sono, per motivi differenti, i Verdi e l’Alde. I primi sono destinati a guadagnare almeno una quindicina di seggi al parlamento dopo che in diversi Paesi, a cominciare dalla Germania ma anche in Francia e Irlanda, sono riusciti a mobilitare un consenso superiore a qualsiasi previsione. Gli altri saranno l’ago della bilancia nella formazione di una maggioranza: Popolari e Socialisti sono lontani dalla soglia dei 376 seggi. E allora potrebbero diventare decisivi i deputati che i Liberali si avviano ad avere nella nuova legislatura. «Le prime proiezioni per il gruppo Alde sono promettenti», ha commentato a caldo il leader Guy Verhofstadt. «Formeremo un nuovo gruppo al parlamento europeo con 100 seggi, sarà fondamentale».

I VINTI

1. POPOLARI E SOCIALISTI PER LA PRIMA VOLTA SENZA MAGGIORANZA

Come ha sottolineato lo stesso Verhofstadt, «per la prima volta da 40 anni i due partiti classici Ppe e S&D non avranno la maggioranza». E se è vero «che una maggioranza solida sarà possibile con l’Alde», il segnale per le due principali formazioni in seno al parlamento è inequivocabile. Il Ppe ha perso consensi a vantaggio di forze sovraniste o dello stesso Alde, mentre in molti casi (Germania in primis) i socialisti hanno visto migrare elettori alla volta dei Verdi o, altrove, del voto di protesta. L’eccezione più rilevante – al netto dei segnali incoraggianti che arrivano dal Pd italiano e dal caso portoghese – è la netta vittoria in Spagna del Psoe di Pedro Sánchez, che si è confermato faro della sinistra europea. Nel complesso, il confronto con le Europee 2014 è impietoso: cinque anni fa, Ppe e S&D misero assieme 412 seggi, oggi non andranno oltre i 340.

2. M5S SUPERATO DAL PD E SENZA ALLEATI IN UE

Tra le forze che hanno fatto dell’estraneità alle famiglie tradizionali un vanto, il Movimento 5 stelle è quella che più di tutte è incappata in una bruciante sconfitta. Luigi Di Maio ha dovuto incassare, in una volta sola: il ribaltamento dei ruoli nell’alleanza di governo, con la Lega che da azionista di minoranza (elezioni politiche 2018) ha fagocitato i pentastellati; il sorpasso del Pd; il tracollo degli alleati europei. I polacchi di Kukiz 15 sono rimasti senza seggi, come i finlandesi liberali di Nyt, gli agricoltori greci di Akkel e gli estoni ambientalisti di Elurikkuse Erakond. Il miglior risultato? Quello dei croati di Zivi Zid: un seggio.

3. GALASSIA SOVRANISTA A PIÙ VELOCITÀ

Vero: Salvini, Le Pen e Orbán corrono. Ma dietro di loro la galassia sovranista ha dimostrato di non tenere il passo. In Germania, Alternative für Deutschland ha superato appena il 10%. In Finlandia, i Veri Finlandesi non sono arrivati al 15%. In Spagna, era atteso il risultato di Vox, l’ultradestra nazionalista entrata nel parlamento di Madrid per la prima volta nell’era post-franchista. Il partito guidato da Santiago Abascal, stavolta, ha deluso le aspettative, arrivando fino a circa l’8% rispetto al 10% delle Politiche. L’austriaco Fpö, colpito dallo scandalo dell’Ibiza-gate, è sceso di due punti, al 17,5%, mentre il Partito del Popolo Danese è crollato al 13,2% rispetto al 26,6% di cinque anni fa.

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