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Cosa ha fatto l’Ue sull’Eurozona e cosa farà dopo le elezioni

 

Europa a due velocità, fondo monetario per affrontare – se non prevenire – le crisi sistemiche, unione bancaria, assicurazione in solido dei depositi, bilancio unico e un solo ministro economico per tutta l’area. Doveva essere, quella che volge al termine, la legislatura europea in grado di dare una nuova governance ai Ventisette Paesi membri. Ma tutte queste proposte sono rimaste – di fatto – soltanto slogan bloccati dai veti incrociati degli Stati membri. Emblematica in quest’ottica la giornata dello scorso 4 dicembre, quando a Bruxelles – dopo una maratona durata 18 ore – i leader della Ue e la Commissione sono riusciti a trovare un accordo soltanto sulla tabella di marcia da utilizzare per rafforzare ulteriormente l‘unione monetaria.

COSA È STATO FATTO NELL’ULTIMA LEGISLATURA

Di concreto, però, c’è soltanto l’impegno a trasformare il Meccanismo europeo di Stabilità (Esm), nato nei giorni della crisi greca, entro il 2020 il paracadute del Fondo europeo di risoluzione. Ma soltanto – fece sapere il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno – se «vi saranno state sufficienti riduzioni dei rischi nei bilanci bancari». Sempre in quella giornata, è stato disposto sia che, sui requisiti di capitale degli istituti di credito la Ue avrebbe recepito le misure di Basilea III sia l’Esm avrebbe garantito linee di credito precauzionali ai Paesi membri in crisi. Ma anche questi dossier vanno riempiti con le regole operative.

Il tutto mentre languono le trattative sul bilancio della Zona euro, che scandirà la vita dell’Eurozona dal 2021 fino al 2027. Questo, in sostanza, il bilancio dell’ultima legislatura, che rischia di passare alla storia più per i veti dei singoli Stati che hanno bloccato il processo di riforma: la Germania si è opposta all’assicurazione sui depositi, l’Italia alle norme sui fallimenti bancari, l’Olanda sul bilancio unico e così via.

IL CONFLITTO ALLA BASE DELLA LEGISLATURA CHE VERRÀ

A rompere questo impasse generale, scandito soltanto da veti incrociati, ci ha provato Emmanuel Macron. Il quale a inizio a marzo ha pubblicato un lungo manifesto che spazia dall’immigrazione alla sicurezza interna, che sul fronte più economico portare avanti «un progetto di convergenza più che di concorrenza». In quest’ottica tornano il bilancio unico europeo, il fondo monetario di risoluzione delle crisi, una previdenza sociale transnazionale e il salario minimo e un ruolo più attivo della Banca centrale nel finanziamento, per esempio, della riconversione ambientale. Proposte un tempo concordate con Angela Merkel, che però la Germania con l’erede della Cancelliera, Annegret Kramp-Karrenbauer, respinge in parte. «Il centralismo europeo», ha fatto sapere la nuova leader della Cdu, «lo statalismo, la comunitarizzazione del debito, l’europeizzazione della sicurezza sociale e il salario minimo comune sarebbero la strada sbagliata».

L’ITALIA BLOCCA IL FONDO EUROPEO, MA VUOLE UNA DIVERSA BCE

Ai margini di questa discussione c’è l’Italia. Finora Roma – e lo si vede anche nei programmi per le Europee di Cinquestelle e Lega – ha bocciato il Fondo monetario europeo. Una proposta articolata ancora non c’è, ma nel prossimo Europarlamento e nella prossima Commissione il Belpaese chiederà sul fronte economico soprattutto un ruolo più attivo della Banca centrale come prestatore di ultima istanza – quindi cambiando lo Statuto – e maggiori risorse per le infrastrutture e minori vincoli sui bilanci nazionali. Tutto per accelerare la crescita.

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