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È l’economia il pericolo maggiore per Trump

ServizioTra dazi ed elezioni

di Riccardo Barlaam

11 giugno 2019


5′ di lettura

NEW YORK – A Wall Street la chiamano “la variabile Trump”. L’elemento imponderabile, quel guizzo che ogni tanto anima il presidente americano nei suoi tweet incontrollati e che manda in bambola i mercati finanziari. Così è stato per i dazi al Messico, per fortuna rientrati. Così è stato a inizio maggio per l’escalation della trade war con la Cina, lo stop ai negoziati con Pechino, il tiro al piattello su Huawei.

Un executive del trading di Bank of America, uno di quelli che passa le giornate attaccato ai video e ai tweet presidenziali, cercando di fiutare il vento prima che cominci a soffiare, mi ha raccontato un aneddoto su Larry Kudlow. Il capo dei consiglieri economici di Trump, prima di buttarsi nell’avventura della Casa Bianca ha lavorato a lungo a Wall Street come analista finanziario. È stato capo economista di Bear Stearns ed è molto rispettato nel mondo finanziario per la sua esperienza e competenza, anche da chi non condivide le sue posizioni conservatrici. Viene visto, assieme al responsabile del Tesoro Stephen Mnuchin, come il lato razionale, geometrico, con i piedi per terra insomma dell’amministrazione Trump. All’altro lato della squadra dei consiglieri presidenziali, quello duro e puro dei falchi, della guerra commerciale a tutti costi, del saldo da far tornare attivo, del protezionismo e dell’unilateralismo americano dopo un secolo e più di paese guida delle nazioni: l’economista Peter Navarro, il responsabile al commercio Robert Lighthizer e il consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton.

Ogni volta che Kudlow è assente Trump si lancia nei tweet più arditi che scuotono i mercati e nessuno lo ferma. Era successo, mi ha raccontato l’amico di BofA, già una volta a fine 2018 quando il consigliere ragionevole dopo un attacco cardiaco era stato costretto al ricovero diverse settimane negli ospedali di Bethesda, in Maryland, dove si curano i presidenti, a poca distanza dalla capitale federale, prima della tregua armata del G 20 argentino. È successo di nuovo qualche settimana fa: Kudlow è entrato in ospedale per un intervento a un’anca e Trump ha minacciato di tassare tutti i prodotti messicani, quando ancora deve essere ratificato il nuovo accordo di libero scambio. Una decisione che avrebbe rallentato l’economia americana, considerando che molte aziende Usa – vedi Gm – producono componenti che arrivano dal paese, e considerando anche come ricordavano in queste settimane le associazioni dei produttori manifatturieri, che gran parte delle società che lavorano al confine con il Texas dipendono dalle forniture messicane.

Insomma i dazi al Messico non potevano proprio funzionare. Sono serviti al presidente per ottenere qualcosa in cambio nella sua lotta elettorale contro i migranti. Ma non sarebbero mai stati adottati per il rischio di far frenare l’America.

Trump lo sa. E sa anche che questa eventualità – una crisi economica – è forse l’unico pericolo vero che potrebbe ostacolare una sua rielezione il prossimo anno. L’americano della strada – è un refrain ormai – ripete che i dati economici danno ragione al presidente. Quindi tutti lo rivoteranno, nonostante i tanti se e ma legati alla sua persona, ai rapporti con la Russia in campagna elettorale, al suo essere fuori dagli schemi, alla irritualità istituzionale e diplomatica. Tutto quello che i trader di Wall Street riassumono nella frase “la variabile Trump”.

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