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È molto probabile che la Spagna vada a elezioni anticipate

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Sono passati solo otto mesi dal suo arrivo al governo, ma Pedro Sanchez potrebbe esser costretto ad affrontare molto presto l’incognita di un voto anticipato. Perché quella accusata oggi dal premier spagnolo è una sconfitta bruciante, che porta il marchio dell’infinita crisi catalana: il Parlamento ha infatti bocciato la legge di bilancio con 191 deputati che hanno votato per gli emendamenti volti a bloccare la finanziaria, mentre i voti a favore si sono fermati a 158, su un totale di 350 parlamentari. 

Sono stati i partiti indipendentisti a determinare la bocciatura, con i voti dei catalani Erc e PdeCat e quelli di Foro Asturias e Coaliccion Canaria che si sono sommati a quelli del Partito Popolare, di centrodestra, e di Ciudadanos. Sanchez ha lasciato il Congresso senza fare dichiarazioni. Secondo fonti della Moncloa, è atteso per venerdì un annuncio del premier sulla (molto probabile) convocazione di elezioni anticipate, come chiesto tra gli altri dal Pp e da Ciudadanos. I media spagnoli ipotizzano che si possa tornare alle urne già in aprile, il 14 o il 28. La scadenza naturale della legislatura sarebbe nel 2020.

Il premier ostaggio degli indipendentisti

La Catalogna il convitato di pietra del voto sul budget. Come sottolineano i commentatori spagnoli, è stato il rifiuto di negoziare l’autodeterminazione della regione catalana a dimostrarsi potenzialmente fatale per il governo di Madrid. E questo nel momento in cui al Tribunale Supremo è iniziato il processo a 12 leader indipendentisti catalani per il referendum (considerato illegale) e la proclamazione unilaterale di indipendenza da parte dall’ex presidente Carles Puigdemont, con l’approvazione dal Parlamento di Barcellona.

Quello del socialista Sanchez è un governo di minoranza, che finora ha dovuto contare proprio sugli indipendentisti catalani per andare avanti. “Questa legislatura è morta con la legge di bilancio”, commenta a caldo il giornale catalano El Periodico. I catalani l’avevano detto chiaramente: in cambio dei loro voti volevano che il capo del governo si esprimesse contro il processo nei confronti dei leader indipendentisti. Tanto da far dire a qualche osservatore che Sanchez fosse oramai un “ostaggio” nelle mani degli indipendentisti. Fino all’ultimo minuto si sono protratte le trattative, “ma è stato tutto inutile”, chiosa El Pais. 

L’incognita dell’estrema destra

Le ultime due elezioni legislative – due in soli 6 mesi – si sono tenute alla fine del 2015 e nell’estate 2016, ma c’è voluto un altro anno e mezzo prima che Sanchez, 46 anni, riuscisse a scacciare dalla Moncloa il leader dei popolari, Mariano Rajoy, con un voto di sfiducia, grazie anche al patto con gli indipendentisti. Sull’altro fronte, domenica scorsa a decine di migliaia erano scesi in piazza, su invito del Pp, di Ciudadanos e del nuovo partito di ultradestra sovranista Vox, per chiedere il ritorno alle urne. Stando agli ultimi sondaggi, Vox potrebbe arrivare fino al 13% dei consensi: sarebbe la prima volta dalla fine del regime di Francisco Franco che l’ultradestra entrerebbe nel parlamento spagnolo.

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