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Europee 2019, perché Weber è un’arma spuntata per la Germania

Nel prossimo europarlamento a Brexit compiuta o avviata la Germania spiccherà ancora di più come lo Stato dell’Ue con più rappresentanti a Strasburgo: al momento 96, su un totale di 751 seggi (numero che potrebbe scendere a 705). Anche solo per questa ragione i riflettori delle Europee del prossimo 26 maggio dovrebbero restare accesi sulle manovre di Berlino. Tanto più che i cristiano-democratici e sociali (Cdu-Csu) ristagnano come la cancelliera Angela Merkel avviata sul sentiero del tramonto, ma nei sondaggi non crollano. Il loro candidato di punta poi è Manfred Weber, bavarese dell’ala dura della Csu e capo dei Popolari europei, quotato da mesi per la successione di Jean-Claude Juncker a capo della Commissione Ue. E nel caso (scongiurando una scalata dell’estrema destra sovranista) forse per l’Italia non ci sarebbe soluzione peggiore.

WEBER, TROPPO CONSERVATORE PER GLI ALLEATI DI MERKEL

Ma dall’andamento della politica tedesca proiettata verso le Europee, il rischio di un supercommissario più conservatore e rigido di Juncker va calando. Perché se anche Weber, candidato dall’autunno alla presidenza della Commissione Ue, può contare sull’endorsement di Merkel e di tutta la Cdu, divisa ma ricompattata sulla Csu, non entusiasma né i socialdemocratici (Sdp) al governo nella Grande coalizione, né i liberali (Fdp) all’opposizione. Sono ovviamente contrari, sempre a destra, gli euroscettici e sovranisti di Alternative für Deutschland (AfD). E men che meno vogliono Weber i Verdi tedeschi, che per le Europee mantengono il consenso elevato delle ultime Regionali. Nei sondaggi veleggiano attorno al 18% come – dato importante – i socialdemocratici (Spd), in risalita dalla china del 15%. Un blocco di no si staglia quindi in Germania verso lo Spitzenkandidat dei democristiani che sono ancora il primo partito tedesco, al 33%. Ma restano con in mano il cerino di Weber.

TROPPO EUROPEO PER I SOVRANISTI

È un bene che, frenata dal voto per il cambiamento catalizzato dai Verdi, l’estrema destra di AfD corteggiata da Matteo Salvini, e senza ancora una collocazione forte nell’europarlamento uscente, non decolli: nelle intenzioni di voto dei tedeschi è al 10%, quasi tre punti meno delle Legislative del 2017. Se le sigle nazionaliste e xenofobe litigano su quale gruppo di estrema destra stare a Strasburgo (l’Europa delle Nazioni e della Libertà con Salvini e Marine Le Pen, o i Conservatori e riformisti europei con Giorgia Meloni e il premier polacco Jarosław Kaczyński), di certo nessuna di loro sta con il partito e con l’Europa di Merkel. Mentre gli Stati del Sud Europa che da sempre frenano sull’austerity è probabile che, qualunque sia il colore del loro governo, facciano asse con i francesi e anche con la sinistra tedesca in ripresa, per un supercommissario dell’Ue più blando e progressista, magari di area francofona, che subentri al buon Juncker.

IL PASTICCIO DI WEBER CON ORBAN

Un altro tallone di Achille di Weber, 46 anni e un passato da enfant prodige della politica bavarese, è la scarsa esperienza di governo a livello nazionale ed europeo. Mai stato ministro, mai stato tra i commissari dell’Ue. Certo il passato da giovane deputato ed europarlamentare gli vale una lunga esperienza nella mediazione, ma il super-candidato di Merkel potrebbe rivelarsi anche la scelta sbagliata a causa del caso spinoso di Viktor Orban che i popolari europei sono chiamati a sbrogliare. Il premier ungherese è una componente storica dei democristiani europei, porta loro voti importanti. Ma le sue posizioni sempre più in contrasto con una visione comune dell’Ue, da leader del fronte sovranista di Visegrad, hanno portato il Ppe alla decisione di sospendere il suo partito Fidesz dal gruppo. Per Weber, una decisione sofferta: la Csu bavarese, e per primo il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer, è vicina con l’Austria a Orban.

ANCHE KURZ NEL PPE SCARICA L’ESTREMA DESTRA

Ma anche a Vienna, vinte le Legislative grazie all’alleanza con l’estrema destra populista (Fpö), i democristiani austriaci (Övp) del premier Sebastian Kurz tengono a recuperare la faccia per le Europee. Kurz in particolare è in rotta di collisione con il ministro dell’Interno Herbert Kickl in quota Fpö e appoggiato dall’asse Salvini-Seehofer – perché passino le politiche xenofobe sull’immigrazione, ma non i legami con la destra identitaria. Anche Weber ha preso le distanze dalla deriva sovranista, ammonendo Orban, ma resta sulla graticola, esposto ad attacchi da tutti i lati: è chiara l’ossessione dei tedeschi per i conti in regola nell’Ue, ma era più lungimirante per la Cdu-Csu candidare una colomba, anziché un falco bavarese ingabbiato nel politically correct. In prima linea per il prossimo europarlamento, i socialdemocratici mandano la giurista Katarina Barley, deputata e ministro della Giustizia dell’ultimo governo, e l’eurodeputato Udo Bullmann.

LA LINKE LANCIA LA CURDA DEMIREL

Per i Verdi (anche europei) corrono la candidata 37enne Franziska “Zka” Keller, europarlamentare dal 2009 proposta nel 2014 alla presidenza della Commissione Ue, e il braccio destro nell’assemblea a Strasburgo Sven Giegold: una coppia collaudata e con un discreto pacchetto di voti. Per l’Ue i nostalgici di AfD hanno scelto il volto più presentabile: il portavoce, ed eurodeputato dal 2017, Jörg Meuthen, economista, in origine uno dei liberisti euroscettici del nucleo fondatore di AfD saltato sulla scialuppa con la deriva a destra del movimento. Meuthen no, è rimasto a bordo e anzi ha bussato al gruppo di Le Pen e Salvini all’europarlamento. I liberali tedeschi (Fpd) al 7% candidano invece la loro segretaria Nicola Beer. La sinistra radicale della Linke la curda Özlem Demirel, 35enne approdata in Germania nel 1989 e lanciata a Strasburgo in duo con il 40enne Martin Schirdewan, ex tedesco dell’Est all’europarlamento dal 2017.

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