Un intervento militare degli Stati Uniti contro l’Iran potrebbe anche non compromettere – o compromettere solo in minima parte – le esportazioni di greggio dal Medio Oriente: il traffico di petroliere nel Golfo Persico non si era del tutto interrotto nemmeno durante la guerra Iran-Iraq, negli anni ’80.

Ma oggi come allora c’è il rischio di pagare molto più care le forniture. Il problema non è solo il rialzo del prezzo del barile (peraltro è ben possibile che il mercato inverta di nuovo la rotta, tornando a focalizzarsi sui timori per la crescita economica). Il fatto è che il rischio di nuovi attentati – se non addirittura di una guerra – sta già facendo lievitare una lunga serie di costi.

I premi assicurativi per i carichi in transito nel Golfo Persico sono aumentati del 15-20% da maggio, dopo che la Lloyd’s Market Association per la prima volta dal 2005 ha incluso tutta la regione nella lista delle aree a maggior rischio.

Anche i noli delle petroliere hanno cominciato a salire, sia pure frenati dall’abbondanza di navi disponibili: su 2mila armatori che operano nel Golfo Persico, solo due hanno sospeso per cautela la navigazione secondo fonti di S&P Global Platts. Tutti stanno però adottando misure di sicurezza extra, con costi supplementari che di solito vengono trasferiti all’acquirente del carico. Tra queste c’è il reclutamento di personale specializzato per la difesa delle navi, oppure la raccomandazione agli equipaggi di attraversare lo stretto di Hormuz solo in orario diurno e alla massima velocità, una scelta che comporta una maggiore spesa per il carburante.

@SissiBellomo

Fonte

Rispondi