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Il disgelo tra Putin e Trump dietro la visita di Pompeo a Sochi

Il faccia a faccia tra l’ex capo della Cia e il presidente russo nella sua residenza estiva di Sochi, sul Mar Nero, è il primo dal rilascio, lo scorso marzo, del dossier sul Russiagate di Robert Mueller: nelle conclusioni il procuratore speciale ha sostanzialmente scagionato Donald Trump dalle accuse di collusione con il Cremlino nella campagna elettorale che lo ha portato dalla Casa Bianca. Dopo due anni di indagini che hanno costretto le due Amministrazioni a rapporti molto distanti e sotterranei, Putin e Trump possono uscire allo scoperto e affrontare con maggiore distensione anche il prossimo G20 di Osaka del 28 e 29 giugno. Dalle indiscrezioni Pompeo sarebbe volato in Russia anche per fissare un incontro ufficiale tra i due presidenti al summit in Giappone. La diplomazia di Mosca ha smentito che la richiesta fosse tra i punti in agenda della visita a Sochi, che di certo ha avuto argomenti più caldi.

LE CRISI CON IRAN, VENEZUELA, CINA

È un momento ideale per l’ambizione di Putin di mattatore globale. Ci sono da raffreddare le Borse (giù anche in Asia) per i contro-dazi di Pechino in risposta ai dazi di Trump: una catena che porta alla recessione mondiale, l’Europa frena da mesi per la guerra commerciale nell’aria. Non sarà facile per il Cremlino arginare l’impeto di Trump sul suo cavallo di battaglia; e nemmeno incrinare la volontà della Cina, un gigante potente e autonomo. Ma nessuno, a parte la Russia, può tentare di calmare la nomenclatura alleata, primo partner asiatico: il G20 è un luogo ideale per la moral suasion. Ma ancora prima ci sono i focolai del Venezuela e dell’Iran, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov non ha avuto peli sulla lingua: «Avremo un dialogo franco con la controparte americana, cercheremo di capire come pensano di uscire dalle crisi da loro stessi create con decisioni unilaterali». Le posizioni politiche sono opposte, alla Russia si recrimina il sostegno ferreo al presidente venezuelano Nicolas Maduro e alla Repubblica islamica sotto sanzioni americane.

L’ESEMPIO SIRIANO DA ESPORTARE

Ma quanto accade in Siria dimostra agli americani che con Putin si può ragionare. Dall’esplosione delle rivolte nel 2011 il Cremlino è sempre rimasto ancorato alla difesa di Bashar al Assad, che ha finanziato e armato. Nondimeno Mosca è riuscita a imbastire gli unici negoziati che abbiano portato a una tregua, ha accettato alla fine di includere nella spartizione le frange più presentabili degli estremisti tra i ribelli (per appagare la Turchia e il Qatar). E nel Sud della Siria, a conflitto praticamente finito, sta appoggiando le proteste contro il regime riesplose a Daraa, uno degli epicentri dell’insurrezione: una mano che Putin dà ai ribelli anche nella regione del Golan, per contenere la presenza dell’Iran a ridosso del Libano e di Israele. L’anello di congiunzione in Medio Oriente tra gli Stati Uniti e la Russia è proprio la tutela dello Stato ebraico: complici le migliaia di cittadini russo-israeliani (nei seggi in Israele Putin ha vinto le elezioni con il 73%), il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha strette relazioni con il Cremlino.

LA CONVERGENZA SU ISRAELE

Mosca scambia informazioni di intelligence con Tel Aviv. Ma anche con gli Stati Uniti, nella guerra all’Isis, i servizi segreti russi – e siriani – hanno condiviso dei protocolli antiterrorismo e nei raid. Senza contare che in Siria gli Usa sono diventati gli insoliti alleati dei curdi del Rojava, dove mantengono le ultime unità militari: verso le brigate socialiste Ypg, eredi del ramo siriano del Pkk, il Pentagono si è rivelato un alleato più fedele del Cremlino – almeno fino al disimpegno annunciato nel 2019 da un Trump sempre più impaziente. A maggior ragione, per ritirare le truppe anche dall’Afghanistan, Mosca potrebbe essergli volentieri di aiuto. In partenza per Bruxelles, sosta a sorpresa prima della Russia, Pompeo ha auspicato di proseguire sul «buon esempio siriano». Trump in persona gli avrebbe raccomandato di discutere di «un ampio insieme di questioni», confidando «negli interessi comuni in molte aree». Il capo della diplomazia americana ha ammesso, al di là dei «valori completamente diversi» di aver lavorato «a stretto contatto con la parte russa sull’anti-terrorsimo».

SULL’IRAN GLI USA NON CEDONO

Dopo le stragi dell’11 settembre del 2001 anche l’Iran collaborò con gli Stati Uniti, soprattutto nell’invasione in Afghanistan. Lo stesso, in modo più tacito, è avvenuto in Siria contro l’Isis. Non potevano fare altrimenti, per il resto sull’Iran Trump non sente ragioni: ha mandato a monte l’accordo sul nucleare, come gli chiedeva Israele, e alimenta i venti di guerra nel Golfo Persico. Nonostante i vincoli economici con gli Usa, le cancellerie Ue tentano di salvare fino all’ultimo la loro intesa del 2015 con l’Iran, a prescindere da Trump, e sono molto preoccupate del disimpegno appena iniziato dalla Repubblica islamica, in risposta alle sanzioni: il ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt ha allarmato sui «rischi dell’escalation in corso nel Golfo persico tra Iran e Stati Uniti». Anche per tranquillizzare gli alleati europei, Pompeo ha ritardato di un giorno l’arrivo previsto il 13 maggio a Sochi: l’Iran è stato l’argomento di punta della lunga sosta del braccio destro di Trump al Consiglio Ue degli Affari esteri di Bruxelles.

IL PRESSING DI WASHINGTON IN VENEZUELA

Mentre l’Iran annunciava il passo indietro dall’accordo sul nucleare, la scorsa settimana Lavrov incontrava al Cremlino il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif. Le telefonate tra Teheran e Mosca sono state frequenti. Sotto torchio dai leader dell’Ue, Pompeo non potrà non far presente a Trump le valutazioni di Putin. Viceversa Washington spinge lo zar del Cremlino a mollare la presa su Maduro: Oltreoceano Pompeo lo ha criticato aspramente per il filo diretto con l’epigono di Hugo Chavez («un dialogo folle»). Anziché ostinarsi a tenerlo in sella vorrebbe che in Venezuela i russi passassero dalla parte di Juan Guaidó: una pretesa verosimilmente troppo grossa, per quanto Putin dovrà per forza sacrificare qualcuno, in Siria è toccato ai curdi. Forzature e retorica a parte, anche gli Usa sono consapevoli di dover avere un «approccio realistico». Per Pompeo si è trattato della prima visita in Russia dall’inizio dell’incarico. «Trump mi ha chiesto di andare», ha affermato. Se con la Cina è tempesta, con il Cremlino il peggio sembra alle spalle.

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