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Il parlamento britannico ha accusato Zuckerberg di essere un “bullo digitale”

Il parlamento britannico ha accusato Zuckerberg di essere un "bullo digitale"

JIM WATSON / AFP 

 Mark Zuckerberg durante l’audizione al Congresso

Tra parlamento britannico e Mark Zuckerberg non c’è grande stima. Il ceo di Facebook si è rifiutato di volare a Londra per rispondere a un bel po’ di domane. A dicembre, i membri della Camera hanno rivelato un faldone di documenti inediti. Adesso hanno pubblicato un rapporto in cui Facebook viene definito “falso”, “in cattiva fede”, “opaco”, “gangster digitale”. Carinerie contenute nel documento redatto dal Comitato Digital, Culture, Media and Sport al termine di un’indagine durata mesi: 110 pagine frutto di migliaia di domande e dichiarazioni rese da 73 testimoni.

La “malafede” di Zuckerberg

Tanto per cominciare, il documento mette in discussione l’impianto difensivo sul caso Cambridge Analytica. Zuckerberg ha sempre detto di non sapere, al più di aver sottovalutato. Per il Comitato, invece, la fuga di dati non sarebbe stata frutto di “condotte abusive” (delle quali il social sarebbe stato comunque a conoscenza) ma di azioni “intrinseche al modello di business”. Tradotto: l’uso disinvolto dei dati non è un inconveniente ma la base su cui si fonda Facebook. Questo renderebbe “chiaro” il perché le azioni e le dichiarazioni di Mark Zuckerberg (tra “scusate” a “mi assumo tutte le responsabilità”) siano arrivate solo “quando le gravi violazioni sono diventate pubbliche”. I giorni di silenzio seguiti all’esplosione del caso Cambridge Anlytica non sarebbe quindi un momento di riflessione ma dimostrerebbero la “malafede” con cui opera Facebook.

Facebook “bullo” e “gangster digitale”

Il ceo ha sempre ripetuto di non “vendere dati” degli utenti, ma di utilizzarli per indirizzare la pubblicità degli inserzionisti. Una distinzione di lana caprina, per i parlamentari britannici. Il comitato affermare che la versione secondo cui Facebook “non ha mai venduto dati a nessuno è semplicemente falsa”, perché “il trasferimento di dati in cambio di denaro è il modello di business su cui Facebook si basa”. A Menlo Park, continua il rapporto, “non dovrebbe essere permesso di comportarsi come gangster digitali del mondo online, né di considerarsi al di sopra e al di fuori della legge”. Per questo motivo, il documento raccomanda “ulteriori indagini” sulle pratiche del social network per “decidere se stia sfruttando la propria posizione dominante per decidere quale business debba avere successo e quale fallire”. Il più grande social network del pianeta guadagna “bullizzando le imprese e gli sviluppatori più piccoli, che si affidano a Facebook per raggiungere i loro clienti”. “Le grandi aziende tecnologiche – spiega ancora il comitato – non devono poter crescere in modo esponenziale senza alcun controllo normativo”.

Democrazia in pericolo

“La democrazia – spiega il comitato britannico – è messa a rischio dalla disinformazione diffusa attraverso i social media”. Davanti a questa minaccia, “le grandi aziende tecnologiche stanno fallendo”. Facebook ha quindi un “enorme potere”, non solo nella gestione dei contenuti ma anche dal punto di vista commerciale. Il potere di Facebook, la gestione dei dati personali e l’impatto delle campagne politiche “legittimano indagini da parte delle autorità”. Le piattaforme social, inoltre, “non dovrebbe essere in grado di eludere ogni responsabilità editoriale per i contenuti condivisi dagli utenti attraverso la piattaforma”.

Essere opachi conviene

I social media, afferma ancora il documento, “dovrebbero essere trasparenti”, mentre “la gestione di Facebook è opaca”. Non un inconveniente ma una scelta precisa, mirata a “nascondere” il funzionamento della piattaforma e le “responsabilità” dei vertici. L’opacità sarebbe stata confermata anche dal modo in cui Facebook ha affrontato l’indagine britannica: “Ha inviato testimoni definiti come i rappresentanti più appropriati, ma non erano informata su questioni cruciali, e non potevano o avevano scelto di non rispondere a molte delle nostre domande”.

“Non abbiamo dubbi – si legge nel rapporto – che questa sia stata una strategia deliberata”. La cui responsabilità ricade prima di tutto sul ceo: “Scegliendo di non apparire davanti al comitato e di non rispondere personalmente a nessuno dei nostri inviti, Mark Zuckerberg ha mostrato disprezzo nei confronti del Parlamento del Regno Unito”.

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