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Il piano dell’Europa per bandire Huawei dal 5G

Il piano dell'Europa per bandire Huawei dal 5G

ZUMAPRESS.com / AGF 

 Huawei

Dopo gli Stati Uniti, anche L’Unione Europea sembra intenzionata a muoversi per escludere Huawei dalla costruzione delle infrastrutture di rete mobile di prossima generazione 5G, nel momento in cui un numero crescente di Stati membri teme che la Cina stia utilizzando il suo colosso delle telecomunicazioni a fini di spionaggio. Secondo quanto rivelato da Reuters, la Commissione avrebbe iniziato a studiare una serie di ipotesi per imporre un “bando di fatto” di Hauwei dalle reti 5G. La prima opzione sarebbe di modificare una legislazione del 2016 sulla cyber-sicurezza, che richiede alle imprese coinvolte nella costruzione o gestione di infrastrutture critiche di adottare misure di sicurezza appropriate.

In questo modo, le società europee non potrebbero ricorrere a materiale fornito da paesi o società sospettate di utilizzarlo a fini di spionaggio o sabotaggio. Una seconda opzione – secondo Reuters – sarebbe di modificare le regole sugli appalti. Le discussioni dentro l’esecutivo comunitario sarebbero appena iniziate, ma mostrano un cambio di rotta che allineerebbe l’Ue agli Stati Uniti nella battaglia contro Huawei e la Cina.

Per Washington “ci sono un sacco di prove”

Tra le ragioni per motivare l’esclusione di Huawei e di altri gruppi cinesi che operano nel settore tecnologico, un documento interno della Commissione menziona esplicitamente una recente legge di Pechino che impone alle organizzazioni e ai cittadini di “sostenere, cooperare e collaborare nel lavoro di intelligence”. La stessa legge è stata utilizzata dall’amministrazione Trump per bloccare Huawei per motivi di sicurezza nazionale. Lo stesso hanno fatto Australia e Nuova Zelanda. E proprio ieri l’ambasciatore americano presso l’Ue, Gordon Sondland, ha detto a Reuters che gli Usa scoraggiano “l’acquisto di qualsiasi prodotto digitale cinese che coinvolga implicazioni potenziali di sicurezza nazionale”. Secondo Sondland, “ci sono un sacco di prove, in gran parte classificate” del fatto che i prodotti di Huawei costituiscano un problema in termini di sicurezza. 

I singoli Stati si stanno già muovendo

La campagna degli Stati Uniti contro Huawei, avviata nel novembre del 2018 con un avvertimento agli alleati occidentali, sta già portando frutti in diversi Stati membri dell’Ue. Ultima in ordine di tempo, la Repubblica Ceca questa settimana ha deciso di escludere Huawei dall’appalto per il portale del fisco nazionale, dopo che l’agenzia per la cyber-sicurezza Nukib ha stabilito che i software e l’hardware della stessa Huawei e di ZTE (altro colosso cinese) costituiscono una minaccia.

In Germania è in corso un braccio di ferro tra il governo e le società di telecomunicazioni: l’esecutivo di Angela Merkel sarebbe pronto a escludere Huawei per la costruzione delle reti 5G, mentre Deutsche Telekom ha ribattuto proponendo di realizzare test indipendenti sul materiale fornito dai cinesi. In Polonia un cittadino cinese dipendente di Hauwei è stato arrestato per spionaggio insieme a un cittadino polacco di una compagnia telefonica e un ex impiegato dei servizi di sicurezza del paese.

Nel Regno Unito Vodafone ha deciso di sospendere l’acquisto di componenti realizzati da Huawei per le sue reti 5G. In Francia il governo ha appena preparato un emendamento a una legge per dotare l’Agenzia nazionale della sicurezza dei sistemi di informazione di nuovi poteri, compresa la possibilità di verificare il materiale fornito da Hauwei per infrastrutture sensibili. Parigi “è cosciente dei rischi” legati a Huawei e “prenderà le disposizioni necessarie”, aveva detto il 23 gennaio il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, in un’audizione al Senato.

La questione dei ‘backdoors’ obbligatori

Dentro la Commissione a lanciare per primo l’allarme su Huawei era stato il vicepresidente responsabile per il digitale, Andrus Ansip. “Dobbiamo essere preoccupati da questo caso e da queste imprese perché (i cinesi) hanno introdotto una regola secondo cui le loro imprese devono cooperare con le loro agenzie di intelligece: i backdoors obbligatori”, aveva detto Ansip il 7 dicembre, commentando l’arresto in Canada della direttrice finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou, su richiesta degli Stati Uniti.

I “backdoors” sono i sistemi informatici che danno accesso ai contenuti di una rete o di un dispositivo privato, senza che il proprietario ne sia a conoscenza. Huawei e altre imprese cinesi inoltre possono “mettere chip da qualche parte per rubare i nostri segreti. Non è mai un buon segno quando le imprese aprono i loro sistemi ai servizi segreti”, aveva spiegato Ansip. Huawei aveva risposto dicendosi “sorpresa e delusa” delle accuse

“A Huawei non è mai stato chiesto da nessun governo di costruire dei backdoors o interrompere delle reti, e non tollereremmo mai un comportamento di questo tipo da parte del nostro personale”, aveva detto la società, sottolineando che la cybersecurity è sempre stata una “priorità massima”. Da allora la linea difensiva di Huawei non è cambiata, ma lo scontro si sta politicizzando sempre di più. Secondo Reuters, il premier cinese Li Kequiang ha intenzione di contestare il possibile bando di Huawei con il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e quello del Consiglio europeo, Donald Tusk, nel vertice Ue-Cina che si terrà a Bruxelles il 9 aprile.

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