Per Donald Trump potrebbe essere il giorno della verità nel processo d’impeachment per l’Ucrainagate, benché le ultime voci dicano che accusa e difesa vogliono più tempo per le loro argomentazioni conclusive e quindi potrebbe slittare alla prossima settimana, anche se i senatori repubblicani sembrano ormai avere i voti per bloccare nuove testimonianze. In apertura d’udienza è arrivata la notizia che ha fatto tirare un sospiro di sollievo al presidente e alla leadership del Grand Old party, gelando le speranze dell’opposizione: la senatrice repubblicana dell’Alaska Lisa Murkowski non voterà a favore della richiesta dem di convocare nuovi testimoni, a partire dall’ex consigliere per la sicurezza John Bolton.

“La Camera ha scelto di inviare articoli d’impeachment che sono frettolosi e carenti. Ho considerato attentamente la necessità di ulteriori testimoni e documenti, per sanare le lacune del processo, ma alla fine ho deciso di votare contro”, ha spiegato. Questo dopo che anche un altro senatore repubblicano incerto, Lamar Alexander, ha annunciato la stessa scelta, pur con motivazioni diverse: “non c’è necessità di ulteriori evidenze per provare qualcosa che è già stato provato ma che non arriva al livello di un’illecito da impeachment”. Solo Mitt Romney e Susan Collins si erano dichiarati pronti a sostenere l’istanza dei democratici, che così erano arrivati a contare 49 voti sui 51 necessari. Se anche la Murkowski si fosse unita a loro, sul 50-50 i dem avevano preannunciato l’intenzione di chiedere al capo della corte suprema, che presiede il dibattimento, di dare il suo voto decisivo. Ma ben difficilmente John Roberts – nominato da George W. Bush – farebbe un passo del genere, assumendosi la responsabilità di condannare il presidente. E in caso di stallo, la mozione fallirebbe. Il momento cruciale arriverà comunque nelle prossime ore, quando dopo lunghe discussioni verrà messa ai voti la mozione dem.

Le sorprese sembrano improbabili, nonostante le ultime rivelazioni esplosive del New York Times basate sul manoscritto del libro di John Bolton: oltre due mesi prima di chiedere al presidente ucraino di indagare i Biden, Donald Trump ordinò al suo consigliere per la sicurezza di aiutarlo nelle sue pressioni su Kiev in una riunione nello studio Ovale cui parteciparono il chief of staff Mick Mulvaney, il suo avvocato personale Rudy Giuliani e l’avvocato della Casa Bianca Pat Cipollone, che guida il team difensivo nel processo d’impeachment. Era l’inizio dello scorso maggio, racconta Bolton, quando Trump gli disse di chiamare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che aveva appena vinto le elezioni, per assicurarsi che avrebbe incontrato Giuliani. L’avvocato personale del tycoon stava pianificando un viaggio in Ucraina per discutere le indagini che stavano a cuore al tycoon. Ma Bolton non fece mai quella telefonata e quando realizzò la portata e lo scopo delle pressioni cominciò ad obiettare: una versione confermata dalla testimonianza di una sua ex assistente, Fiona Hill, la quale ha riferito alla Camera un monito dello stesso Bolton: Giuliani è “una bomba a mano che esploderà contro tutti”.

Se le mozioni per nuovi testimoni fossero respinte, il Senato potrebbe votare nella notte, assolvendo con ogni probabilità il presidente. Se il processo slittasse, si arriverebbe a mercoledì, dopo il primo turno di primarie in Iowa (lunedì) e il discorso sullo stato dell’Unione al Congresso (martedì).

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