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Inviato speciale al seguito del boia

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La camera della morte, Taxas

Michael Graczyk ha 69 anni, la sua vita di cronista inviato dal Texas per l’Associated Press si sarebbe conclusa lo scorso luglio con la meritata pensione. Ma Graczyk continua a scrivere da freelance seguendo un unico aspetto del suo vecchio lavoro: le esecuzioni capitali. Dal marzo del 1984 infatti, da quando lo Stato del Texas ha dato la morte a James David “Cowboy” Autry, un 29enne che sparò in mezzo agli occhi ad una commessa rea di avergli chiesto due dollari e settanta per una confezione di sei birre, Graczyk ha assistito a 429 esecuzioni.

Quella era la quattordicesima esecuzione da quando il Texas, nel 1976 aveva ripristinato la pena di morte: 429 esecuzioni su un totale di 559 messe in atto dallo stato del Texas, più di chiunque altro, un record piuttosto macabro il suo, “ma – dice – è importante che qualcuno che non sia coinvolto sia presente. Se decidi di togliere la vita a qualcuno, allora bisogna assicurarsi che sia fatto secondo la legge”; argomento in effetti da non trascurare, negli Stati Uniti infatti la presenza di organi di stampa durante le esecuzioni sono ritenute ormai fondamentali date le voci di presunte esecuzioni andate male e che hanno sottoposto il condannato a morte a terribili torture prima di trovare la fine. Un record che lascia inevitabilmente cicatrici indelebili, non è un caso infatti che ogni Natale mentre il mondo si emoziona cantando Silent Night, in lui riemerge il ricordo di Jonathan Nobles, che la canticchiò pochi secondi prima di morire.

Ma a Graczyk certe scene non hanno mai fatto particolarmente impressione, un po’ perché fin dall’inizio, come dichiara al Guardian, “non ero intimidito dal compito. Come giornalista vai a vedere sempre cose piuttosto orribili. Anche se sei un giornalista locale, un giornalista della comunità – rottami di automobili, carneficine in autostrada, scene di omicidi o incendi, qualunque cosa. Guardare qualcuno fare un’iniezione e andare a dormire non è paragonabile”; e un po’ perché ne ha viste di tutti i colori, specie quando una volta tra lui e il detenuto che sarebbe stato addormentato con una puntura di lì a poco, a differenza del vetro di plexiglass di adesso, c’era solo una sbarra.

Come quando Robert Black, giustiziato nel 1992 per aver ingaggiato un killer per uccidere sua moglie gli disse “Ciao Mike, come stai? Sembro un’oca allungata, vero?”, o come quando un detenuto quando gli furono chieste le sue ultime parole sputò una piccola chiave, di quelle per aprire le manette, che presumibilmente teneva conservata sotto la lingua da chissà quanto tempo. Per il resto però, ammette, la situazione è stata sempre piuttosto calma, i detenuti arrivano al momento dell’esecuzione già rassegnati al loro destino. Non le famiglie naturalmente, che spesso pregano, cantano, urlano “Ti amo!” al loro caro, salutandolo per l’ultima volta, o crollano ai suoi piedi in iperventilazione, come successo alla madre di un detenuto.

Ma Graczyk non viene toccato da niente, è parte del suo lavoro dice, mantenere un distacco emotivo dalle vittime e dai parenti delle vittime. Anche per questo non ha un parere ben preciso su quanto sia giusto o meno proseguire con la pena di morte “Non sto evitando la domanda, ma non lo so”. Lo stato del Texas dal 1982 ha giustiziato più di un terzo dei condannati a morte di tutti gli Stati Uniti, tutti tramite iniezione letale; l’ultimo lo scorso 30 gennaio, Robert Mitchell Jennings, 61 anni, che nel 1988 uccise un poliziotto durante una rapina. 

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