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La cose da sapere sulla candidatura di de Blasio alle Primarie dem

Bill de Blasio si è candidato alla nomination democratica del 2020. Con la discesa in campo del sindaco di New York, i concorrenti alle Primarie dell’Asinello raggiungono quota 23: un numero elevatissimo, soprattutto se si considera che il processo elettorale vero e proprio avrà inizio tra nove mesi.

Del resto, che il sindaco nutrisse questa ambizione non è esattamente una novità. Da settimane aveva infatti iniziato a visitare alcuni Stati particolarmente importanti per le primarie: dall’Iowa al New Hampshire, passando per il South Carolina. E adesso bisognerà capire quante effettive possibilità di emergere abbia questa figura, che dovrà barcamenarsi tra una rissosa pletora di rivali e riuscire a scalzare big come l’ex vicepresidente Joe Biden e il senatore del Vermont Bernie Sanders.

UNICO SINDACO DEM DEGLI ULTIMI 30 ANNI A ESSERE RIELETTO A NEW YORK

Dalla sua, de Blasio vanta sicuramente una significativa popolarità nella Grande Mela: città popolosissima che potrebbe garantirgli un ottimo feudo elettorale. Una popolarità, confermata dalle elezioni municipali del 2017: si tratta infatti dell’unico democratico che abbia ottenuto una rielezione a sindaco di New York negli ultimi trent’anni (il caso di Michael Bloomberg è diverso, avendo cambiato affiliazione partitica nel corso del suo lungo mandato). Collocato su posizioni liberal, de Blasio ha sempre fatto della lotta alle disuguaglianze sociali e della difesa delle minoranze uno dei suoi principali cavalli di battaglia.

Diventato sindaco per la prima volta nel 2013, ha quindi cercato di attuare questa prospettiva, smorzando inoltre non poco la linea fortemente securitaria adottata dai suoi immediati predecessori (come quando si oppose per esempio al cosiddetto “stop and frisk“: la pratica di perquisire persone per strada anche in assenza di comportamenti o azioni illegali). Il risultato della sua azione amministrativa è in chiaroscuro: se il tasso di omicidi appare particolarmente basso (oltre a essere ulteriormente sceso nel corso del 2018), sul fronte della riduzione delle disuguaglianze sociali la situazione risulta ancora fortemente problematica. Senza poi dimenticare i ripetuti battibecchi che il primo cittadino ha avuto con il governatore dello Stato di New York, il democratico Andrew Cuomo, sulla questione della metropolitana cittadina: un elemento che potrebbe costare al sindaco l’appoggio delle alte sfere del suo stesso Stato.

QUELL’ENDORSEMENT A HILLARY CLINTON CHE RISCHIA DI ESSERE UN BOOMERANG

Alla luce di tutto questo, i problemi che de Blasio dovrà affrontare non sono affatto pochi. Innanzitutto, bisognerà capire in che modo cercherà di emergere: sono numerosi infatti i candidati democratici che condividono la sua stessa linea liberal (dall’ex deputato texano, Beto O’ Rourke, alla senatrice californiana Kamala Harris). In secondo luogo, è vero che – come abbiamo visto – il sindaco possa contare su una base elettorale potenzialmente ampia. Ma è altrettanto vero che, in queste primarie, non sia l’unico newyorchese a correre: insieme a lui troviamo infatti la senatrice dello Stato di New York, Kirsten Gillibrand, che – neanche a dirlo – gli contenderà spietatamente l’elettorato locale. Senza poi dimenticare che vincere eventualmente le primarie democratiche nell’Empire State non garantisce affatto la conquista della nomination: si pensi soltanto a quanto accaduto a Hillary Clinton nel 2016 e nel 2008.

In terzo luogo, non bisogna dimenticare che – alle ultime Presidenziali – de Blasio abbia dato il suo endorsement proprio alla candidatura dell’ex first lady: una scelta che all’epoca irritò non poco le correnti di sinistra del Partito democratico. Una scelta che non è escluso possa tornare a “perseguitarlo” nell’imminente campagna elettorale. Infine, un dato storico: i sindaci della Grande Mela non hanno mai avuto troppo successo a livello di elezioni presidenziali. Basti ricordare Rudolph Giuliani che, candidatosi alle primarie repubblicane del 2008, fu costretto a ritirarsi dopo aver sbagliato completamente strategia e aver subìto il boicottaggio della destra evangelica che lo considerava non abbastanza allineato sui temi eticamente sensibili.

LA RINCORSA AI VOTI DELLA CLASSE OPERAIA

Più in generale, un problema che caratterizza assai spesso i politici di area newyorchese sta nell’autoreferenzialità. Un elemento molto rischioso, che impedisce loro di rivolgersi efficacemente a quote elettorali che vadano al di là dei propri confini statali. Ecco: de Blasio dovrà presto dimostrare di saper evitare questo errore. Dovrà, cioè, dimostrare di proporre un programma che vada al di là della mera opposizione a Donald Trump, riuscendo a parlare a quell’elettorato che – come nel 2016 – si rivelerà probabilmente dirimente in questa nuova tornata elettorale: la classe operaia impoverita della Rust Belt. Una frangia che, non a caso, si stanno già contendendo i principali candidati in lizza (Joe Biden e Bernie Sanders). È al voto operaio che il sindaco dovrà quindi puntare. Perché è attraverso quel voto che il Partito democratico si gioca la possibilità (a oggi invero abbastanza remota) di riconquistare la Casa Bianca nel 2020. Ecco perché de Blasio deve al più presto approntare un’adeguata stratega che gli consenta di parlare alla rabbia dell’Ohio e del Michigan. Scrollandosi di dosso la deleteria immagine del progressista da salotto.

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