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Le centinaia di sconosciuti che vogliono diventare presidenti degli Stati Uniti 

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Ogni mattina Michael Bickelmeyer indossa il suo giubbotto giallo e si piazza davanti al liceo di Strongsville, in Ohio, dove il viavai dei duemila tra studenti e insegnanti che raggiungono la scuola rischia di ingorgare il traffico di Lunn Road. Svestiti i panni da security officer, Michael si sposta di qualche centinaio di metri, va alla pizzeria Domino’s e si carica i cartoni delle pizze da distribuire a domicilio in questa cittadina da 40 mila abitanti alle porte di Cleveland. Il signor Bickelmeyer ha appena compiuto sessant’anni ed è pronto a sfidare Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca: è uno dei quasi 600 candidati alle elezioni presidenziali statunitensi del 2020 e si propone tra i repubblicani.

Una lunga schiera di perfetti sconosciuti

Bickelmeyer, in realtà, ci aveva già provato nel 2016: “Se avessi avuto l’attenzione dei media – dice Michael – Hillary Clinton e Donald Trump non avrebbero mai avuto una possibilità contro di me”. Qualche dubbio rimane, ma di certo c’è che la sua corsa si fermò anche di fronte allo strapotere economico degli avversari: alla fine della campagna elettorale racimolò dodici dollari appena. Clinton raccolse 591 milioni abbondanti, Trump oltre 350.

Alle elezioni del 3 novembre 2020, comunque, Bickelmeyer si riproporrà. E non sarà l’unico: a più di 600 giorni dal voto, la Federal Election Commission (Fec), l’agenzia che si occupa dei finanziamenti in campagna elettorale, ha già ricevuto 597 candidature e il numero aumenta ogni giorno. Una lista lunghissima dentro cui c’è un po’ di tutto: i big da Donald Trump a Bernie Sanders, da Kamala Harris a Elizabeth Warren e John Delaney, certo. Ma soprattutto una schiera di personaggi completamente sconosciuti che hanno compilato il Fec Form 2, il documento necessario per lanciare la candidatura, e che ora sognano la Casa Bianca.

Dall’imperatore Cesare a quello dei nastri adesivi

Nella lista del Fec compaiono 203 candidati democratici, 78 repubblicani e una dozzina per il Green Party, il partito ambientalista degli Stati Uniti. E poi una sfilza di candidati indipendenti, una ventina del Partito Libertario e uno anche del Partito Comunista: si chiama Phil Swift e il suo comitato che si occuperà di raccogliere i finanziamenti porta il nome di Flex Seal, la società di nastri adesivi resistenti all’acqua fondata proprio da Swift (che peraltro è una star su Twitter). È davvero lui o si tratta di uno scherzo di qualche fan particolarmente spiritoso? Lo abbiamo domandato al vero Swift, che però non ha risposto. Di candidature farlocche, in ogni caso, ce ne sono parecchie, come quella del sedicente imperatore Cesare, nella schiera dei dem tra 2008 e 2016.

I requisiti per candidarsi

Della maggior parte dei candidati è difficile trovare anche soltanto qualche informazione online, e molti non possiedono alcuna esperienza politica: Huhnkie Lee, per esempio, ha un blog decisamente spartano (fermo a giugno 2018) in cui si scaglia contro “ideologie diaboliche” come la venerazione della marijuana (che però è legale nel suo Stato d’origine, l’Alaska).

Perché così tante candidature? È il sistema statunitense a rendere semplicissimo il procedimento: i tre requisiti fondamentali sono essere nati negli Stati Uniti, esservi residenti da almeno 14 anni e aver compiuto 35 anni. Poi è sufficiente compilare il modulo del Fec, a meno che non si intenda spendere meno di cinquemila dollari durante la campagna elettorale (in quel caso non serve). Da lì la questione si fa più complicata: a cadenze regolari i candidati devono inviare i documenti che attestano i finanziamenti ricevuti e le spese sostenute: in realtà, però, quelli sulla lista che poi spendono davvero qualcosa sono pochissimi. Così la scrematura avviene naturalmente, fino a quando si comincerà a parlare di caucus, comizi, ballottaggi.

Nel 2016 i candidati iniziali furono addirittura 1749 e pazienza se soltanto 130 raccolsero almeno un dollaro di finanziamenti: registrarsi al Fec è più una questione di forma che di sostanza. Il desiderio – tutto americano – di poter dire ‘Quella volta che mi candidai alla Casa Bianca’ rimane più forte della consapevolezza che, a novembre, a giocarsi la poltrona rimarranno soltanto due leader, quello democratico e repubblicano. 

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