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L’ira di Huawei e le possibili ritorsioni cinesi contro gli Usa

«Non siamo sotto il controllo del governo cinese e non prendiamo ordini da Pechino. Siamo una società indipendente controllata dai suoi manager». La reazione di Huawei all’inserimento dei suoi prodotti nella lista nera di Washington, voluto il 16 maggio da Donald Trump, non si è fatta attendere e ha assunto i toni veementi di una auto-difesa dell’indipendenza e dell’autonomia operativa e decisionale del colosso delle telecomunicazioni cinese.

La furia di Huawei del resto non è indirizzata soltanto contro gli Stati Uniti ma anche contro il rapporto, presentato al parlamento del Regno Unito dal deputato conservatore Bob Seely e firmato dai ricercatori John Hemmings e Peter Varnish per la Henry Jackson Society (HJS), che afferma senza mezzi termini che i rapporti strettissimi di Huawei con il governo cinese rappresentano «un rischio potenziale molto elevato per la sicurezza interna del Regno Unito». E non contento, Hemmings ha rincarato la dose scrivendo sul suo profilo Twitter di essere «molto orgoglioso per il lancio dell’operazione “Difendiamo i nostri dati, Huawei, il 5G e i Cinque Occhi”» e mettendo il link al testo completo del rapporto presentato al parlamento. Nel rapporto si legge, tra l’altro, che la decisione della premier Theresa May di consentire a Huawei di fornire componenti «non essenziali» per la realizzazione delle infrastrutture 5G in Regno Unito andrebbe immediatamente rivista, se non altro per motivi «precauzionali».

Ma il colosso cinese non ci sta e, nel comunicato ufficiale diffuso attorno alle 17 ora italiana, insiste criticando punto per punto il documento di Hemmings e Varnish, affermando che la relazione «nasce soltanto da motivazioni politiche interne al governo inglese ed è ricca di insinuazioni senza fondamento, ma priva totalmente di prove. Fondamentalmente essa fraintende la natura della Cina moderna, dei mercati tecnologici globali e della tecnologia 5G. L’approccio isolazionista che raccomanda», insistono i vertici del colosso cinese, «può sostenere l’agenda commerciale degli Stati Uniti, ma è difficile immaginare che possa fare l’interesse del Regno Unito». «Siamo una società indipendente, di proprietà dei dipendenti che non prende istruzioni dal governo cinese», prosegue Huawei. «In 32 anni, non ci sono stati problemi significativi di sicurezza informatica con le nostre attrezzature. Speriamo e ci aspettiamo che qualsiasi decisione sulla partecipazione di Huawei alla fornitura di tecnologia 5G da parte del Regno Unito sarà basata su solide prove, piuttosto che su speculazioni infondate e accuse senza fondamento».

LA BATTAGLIA DEL 5G E IL RISCHIO ESCALATION

Lo scontro insomma rischia di esplodere e si allarga oltre i «confini» del bando americano. E secondo gli esperti costringerà la Cina a reagire pesantemente, per portare Trump (e i suoi alleati) a tornare sui suoi passi. Secondo il professor Jin Canrong della Renmin University di Pechino, analista molto accreditato a livello internazionale, la Cina ha nella sua manica tre “assi” da giocare per raggiungere il suo scopo: sospendere le esportazioni delle cosiddette “terre rare” (i componenti minerali insostituibili per realizzare l’alta tecnologia dei telefonini) verso gli Usa, e dei quali l’America non può fare a meno; cominciare a vendere grandi quantità del debito pubblico americano, oggi nelle mani di Pechino; bloccare l’attività e gli interessi delle molte società americane che operano in Cina. La “battaglia del 5G” è più che mai in pieno svolgimento e minaccia un escalation senza esclusione di colpi da parte dei contendenti. Solo il futuro ci dirà chi vincerà la guerra.

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