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Perché dobbiamo preoccuparci dell’escalation Iran-Usa

L’ultimo episodio, l’attacco con barchini probabilmente dei Pasdaran a quattro petroliere saudite nello stretto di Ormuz, si deve alla frattura in atto dentro il regime iraniano. Il deal sul nucleare fortissimamente voluto da Barack Obama ha infatti “viziato” l’ala oltranzista del regime degli ayatollah permettendogli di allargare indisturbata ed enormemente la sfera di diretta influenza militare – e quindi politica – delle “forze rivoluzionarie” dell’Iran. Oggi, Ghassem Suleimaini, il generale dei pasdaran responsabile della Forza al Qods (le operazioni rivoluzionarie all’estero) è il dominus indiscusso – alla testa di 10 mila uomini – della crisi siriana, di quella libanese, di quella palestinese di Gaza, di quella yemenita e naturalmente di quella irachena. Il recente lancio di centinaia di missili da Gaza sulle città israeliane è opera della jihad islamica che opera ai suoi ordini e che da lui è finanziata e rifornita di armi.

IL PROGETTO IRANIANO DI ESPORTARE LA JIHAD ISLAMICA

Questa dinamica – l’espansione irruenta e violenta dell’egemonia rivoluzionaria iraniana in tutto il Medio Oriente – era implicita nella logica di un deal obamiano che semplicemente non affrontava l’argomento e che si è concentrato solo e unicamente sul tema dell’armamento nucleare del regime degli ayatollah e ha ignorato invece quello indissolubilmente collegato dell’aggressività armata di uno Stato che ha sempre – e lo dice – il fine di «esportare la rivoluzione islamica». Oltre che della volontà urlata di «distruggere Israele». Non si deve mai dimenticare che il regime iraniano è figlio della geniale costruzione costituzionale voluta da Khomeini che presenta al mondo un assetto costituzionale con margini – ridottissimi – di democrazie elettiva (quella che abbaglia le varie Mogherini e i vari Obama), per permettere contemporaneamente alle “forze rivoluzionarie” (i pasdaran, i bassiji e il clero combattente) di esportare con le armi destabilizzazione e quindi rivoluzione in tutto il Medio Oriente.

Passati quasi quattro anni dalla firma del deal questa dinamica rivoluzionaria si è pericolosamente avvicinata a una linea rossa il cui superamento non può essere tollerato né dai Paesi arabi sunniti, né da Israele, né ovviamente dagli Stati Uniti (l’Europa intanto sonnecchia assente e paciosa, interessata solo a fare affari). Da qui la denuncia del deal da parte di Donald Trump, il ripristino delle sanzioni (ora anche per l’Italia) e l’avvio del tentativo in stile reaganiano dell’amministrazione americana di far maturare un regime change a Teheran facendo leva sul risentimento popolare per una situazione economica sempre più intollerabile, da aggravare, appunto “strozzando” un’economia iraniana costretta a importare quasi tutti i beni di consumo (grano e benzina raffinata inclusi!) che investe buona parte dei proventi del petrolio (il 60% del Pil) nell’industria militare e nelle forze armate rivoluzionarie.

Di circa 10 miliardi di dollari, almeno, è stato il costo della recente espansione all’estero dei pasdaran di Suleimani, oltre a non meno di 3 mila caduti tra pasdaran e miliziani di Hezbollah e delle Brigate internazionali sciite aggregate. «Lascia la Siria, lascia il Libano, guarda l’Iran!» non a caso hanno urlato nei mesi scorsi i manifestanti nelle strade dell’Iran, con manifestazioni di massa, conseguenti al calo di fiducia verticale del regime nel fondamentale comparto dei baazari e davanti a prospettive economiche disastrose, tanto che l’Iran, quarto produttore di petrolio al mondo, nei giorni scorsi ha deciso di razionare la benzina sul mercato interno!

LE PROVOCAZIONI DI TRUMP E IL RISCHIO DI UNA ESCALATION MILITARE

Dunque, successo sostanziale della strategia di Donald Trump, ora affiancata dalla minaccia virtuale di un corpo di spedizione di 120 mila soldati Usa per affrontare sul terreno l’Iran (George W. Bush impiegò 131 mila militari per invadere l’Iraq nel 2003). Minaccia assolutamente potenziale e tutta interna alla logica di Trump già applicata alla Corea del Nord di minacciare escalation militari per raggiungere l’obiettivo di un accordo, ma anche di un conflitto deflagrato e aperto. Sommerso da queste ondate di instabilità e di minacce, si è aperta nei mesi scorsi una crisi piena del supposto “riformismo di Assan Rohani” e si è innescata una grave crisi politica nel cuore stesso del regime. A farne le spese è stato il pragmatico ministro degli Esteri Javad Zarif, costretto a febbraio alle dimissioni e poi “reintronato” da Rohani in un contesto di insofferenza piena del “blocco rivoluzionario” nei confronti del pragmatismo del presidente iraniano.

Nel regime vi è certo chi sarebbe disponibile a una trattativa con Trump ma è minoritario, perché l’esito non potrebbe che essere quello che Obama si è rifiutato di cercare: il ritiro dell’Iran da tutti gli Stati nei quali determina il governo: Siria, Iraq, Libano, Yemen e Gaza. L’ala rivoluzionaria dei pasdaran (che controllano e sono addirittura proprietari delle più moderne aziende del Paese: telecomunicazioni, industria militare, aeroporti ecc…) non intende neanche iniziare a trattare su questo ritiro dalle zone del Medio Oriente che controlla e che va dal Mediterraneo all’Afghanistan e in questa crisi si muove come ha sempre fatto: all’attacco. Di qui l’attacco alle petroliere saudite, di qui i missili iraniani su Israele da Gaza. Difficile dunque fare previsioni, anche se la prospettiva di una escalation e addirittura di un confronto militare aperto, magari in Siria, o in Libano, magari per interposta Israele (con l’appoggio pieno e inedito dell’Arabia Saudita) non è da escludere.

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