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Perché Facebook ha cancellato i post della senatrice che vuole “farlo a pezzi”

usa presidenziali 2020 facebook warren

Afp

Elizabeth Warren

Facebook ha bloccato e poi riammesso le inserzioni pubblicitarie di Elizabeth Warren, la senatrice che promette di “fare a pezzi” le grandi società tecnologiche se sarà eletta presidente nel 2020.

Mai, soprattutto nei toni, un attacco era stato così diretto. E così lo stop a un’inserzione in cui Warren rilanciava la sua campagna è diventato un tema di discussione, tra sospetti di censura e reazioni in punta di normativa.

I post rimossi

I tre annunci cancellati sono accompagnati, come da norma, dalla dicitura “sponsorizzato”. Elizabeth Warren e il suo staff hanno pagato Facebook per diffonderli. Contengono un messaggio e un video: “Tre società – si legge nel post – hanno un enorme potere sulla nostra economia e sulla nostra democrazia. Facebook, Amazon e Google. Le usiamo tutti. Ma nella loro ascesa al potere, hanno demolito la concorrenza, usato le nostre informazioni private a scopo di lucro e inclinato il campo di gioco a loro favore. È tempo di fare a pezzi le grandi compagnie in modo che non abbiano così tanto potere”.

A riportare per primo la notizia della scomparsa del post è stato Politico.com. Poco dopo, Facebook ha fatto marcia indietro e ripristinato i messaggi elettorali.

La reazione di Warren

Gli annunci bloccati sono stati tre su una dozzina di post sponsorizzati in circolazione. E avrebbero avuto una portata limitata vista la spesa inferiore ai 100 dollari.

La senatrice ha risposto con un Tweet: “Perché penso che FB abbia troppo potere? Iniziamo con la sua capacità di troncare un dibattito sul fatto che abbia troppo potere”.

Una frase che fa chiaramente intendere che il blocco sarebbe stato legato a contenuti poco graditi.

Anche se poi Warren corregge, in parte, il tiro: “Grazie per aver ripristinato i miei post. Ma io voglio un mercato dei social media che non sia dominato da un singolo censore”.

Nonostante la marcia indietro, quindi, la mossa di Facebook ha nutrito la versione della senatrice: il social è troppo potente.

Cosa dicono le norme di Facebook

Facebook ha diffuso una nota, pubblicata da BuzzFeed, in cui spiega perché gli annunci sono stati oscurati. “Abbiamo rimosso le pubblicità perché hanno violato le nostre politiche contro l’uso del nostro logo aziendale”.

usa presidenziali 2020 facebook warren

JOEL SAGET / AFP
 

 Facebook
 

Cosa dicono di preciso le norme? “Le inserzioni – si legge nella pagina dedicata all’utilizzo del marchio – possono contenere riferimenti limitati a ‘Facebook’ nel testo dell’inserzione al fine di chiarire la destinazione dell’inserzione stessa”. Non devono però “presentare il brand Facebook in modo che risulti l’elemento distintivo”.

Cioè si può citare il nome e inserire il marchio, a patto che abbia una visibilità ridotta. Un modo per proteggerlo e evitare che annuncio e piattaforma vengano confusi. C’è anche un altro vincolo: “Le risorse del brand Facebook” (cioè il loghi, che possono essere scaricati su richiesta) “non devono essere modificate in alcun modo, ad esempio attraverso la modifica del design o colore o allo scopo di aggiungere effetti speciali o animazioni”.

Tra le altre cose, non è possibile “usare il logo aziendale di Facebook in un’inserzione” perché “è destinato all’uso aziendale”.

È quello che avrebbe fatto Elizabeth Warren: il video che accompagna i post include, in apertura, una grafica con i loghi di Amazon, Google e Facebook.

Il loro stile, inoltre, non è quello originale. Infrangerebbe quindi due regole: dà evidenza al marchio in un’inserzione e non ne rispetta lo stile.

Ma allora perché i post sono ricomparsi? “Nell’interesse di consentire un dibattito approfondito”, ha spiegato Facebook. Menlo Park ha quindi provato a ribaltare il campo per dimostrare la propria apertura: le norme sarebbero state infrante, ma facciamo un’eccezione perché non ostacoliamo pareri contrari al social, specie se diffusi da una personalità influente come quello di una senatrice. Anche se vuole farci a pezzi.

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