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Per cosa sarà ricordato alla fine Karl Lagerfeld

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BRITTA PEDERSEN / dpa-Zentralbild / dpa Picture-Alliance

Karl Lagerfeld

La morte di Karl Lagerfeld è uno di quei rari casi, ormai sempre più rari, di sparizione che coincide con la fine di un’epoca. Le famose icone, personaggi mitici che impongono uno stile ben definito che va oltre la loro arte, in questo caso la moda e la fotografia. Icone che lasciano tracce indelebili e che sono sempre più irripetibili in un’epoca dominata da immagini che viaggiano su un filo globale, accessibili sempre a tutti e che invece di ispirare, al contrario, uniformano tristemente, rendendoci tutti ugualmente originali, quindi affatto originali, affatto unici.

Karl Otto Lagerfeld morto presumibilmente all’età di 85 anni (presumibilmente perché sosteneva di essere nato nel ’35 anche se il registro battesimi di Amburgo segna come data di nascita il 10 settembre ’33), lascia così non solo una vita che gli ha regalato esperienze professionali ai più alti livelli, essendo stato direttore creativo per Fendi e aver firmato una sua linea per Chanel, ma un vuoto enorme, il segnale che un’epoca d’oro è ormai giunta ai titoli di coda.

Per questo veniva descritto come “Indiscutibilmente brillante, – come scrive Vogue – lo stilista tedesco è non solo l’artefice della rivoluzione che ha cambiato alcune delle maison più emblematiche, ma ha mutato il corso stesso della moda. La sua visione ha contribuito ad ampliare ed estendere il raggio di influenza della moda abbracciando ogni altro settore, dalle celebrità alle belle arti, apportando un tocco di audacia, freschezza e irriverenza”, per questo non è possibile infilare la sua opera dentro un recinto ben definito “Sospinto da un vertiginoso slancio propulsore, ha mantenuto e portato avanti un carico di lavoro notevole fino alla fine.

Ha firmato più di dodici collezioni all’anno per tre case di moda la cui estetica non poteva che essere più dissimile – Chanel, Fendi e il marchio omonimo – ed è stato l’unico stilista a presentare collezioni haute couture e haute fourrure a Parigi durante ogni singola stagione di collezioni. Si è spesso spostato dietro l’obiettivo fotografando e dirigendo le campagne pubblicitarie delle maison sotto la sua guida creativa o firmando editoriali di moda per le riviste più prestigiose.

È stato un partner entusiasta che ha fatto da apripista al fenomeno delle collaborazioni tra moda fast-fashion e stilisti del lusso creando una collezione per H&M nel 2004 o mettendo il suo talento stilistico al servizio di una serie di marchi – dai peluche Steiff ai pianoforti a coda Steinway. È stato persino il proprietario di una libreria a Parigi. Tra i vari ruoli non si può non citare quello di padrone di Choupette, il gatto birmano dal pelo bianco che vanta ben oltre 100.000 follower su Instagram”. Impressionante la sua capacità dunque di piegare qualsiasi cosa avesse sottomano al suo stile unico, perché in fondo questo fanno gli artisti della moda o dell’arte: impongono uno stile. E Lagerfeld in questo fu maestro.

Così, come ricorda anche il New York Times, mentre i colleghi, specie arrivati gli anni ’80, facevano un passo indietro passando dalla trincea ai loro lussuosi yacht, Lagerfeld continuava a stare lì, lì dove tutto accadeva. “Le idee vengono da te quando lavori”, ha detto nel backstage prima di uno spettacolo di Fendi all’età di 83 anni. Le sue esclusive combinazioni di “alta moda e alto campo” attrassero ammiratori come Rihanna, la principessa Carolina di Monaco, Christine Lagarde, l’amministratore delegato del Fondo monetario internazionale e Julianne Moore. Il signor Lagerfeld era anche un fotografo, il cui lavoro è stato esposto alla Pinacothèque de Paris; un editore, avendo fondato la propria impronta per Steidl, Edition 7L; e l’autore di un popolare libro di dieta del 2002, The Karl Lagerfeld Diet”.

Di tutto di più insomma, un genio che salvò perfino il marchio Chanel, quando questo stava implodendo nel glorificare se stesso dentro la sua storicità. Poi arrivò Lagerfeld con poche idee, ma ben chiare: “Chanel è un’istituzione, e devi trattare un’istituzione come una puttana e poi ottieni qualcosa da lei”. E “il fatto che abbia osato agire su di esso, – come continua il New York Times – e che abbia continuato a farlo con diversi gradi di successo per decenni, ha trasformato non solo le fortune di Chanel (ora si dice abbia un fatturato di oltre 4 miliardi di dollari l’anno), ma anche il suo stesso profilo”.

Tant’è che famoso era il suo atteggiamento nei confronti della moda e del mercato della moda rifiutando categoricamente “l’idea di moda-come-arte e il genio designer-come-torturato”. Anzi: “Mi piacerebbe essere un fenomeno di moda multinazionale individuale” diceva, e ci riuscì. Un teorico quindi, indubbiamente un intellettuale, forse questo mancherà così tanto di lui, questo farà la differenza tra la sua idea di rinnovamento che assomigliava più ad una vera e propria rivoluzione e le immagini degli attuali influencer da social network.

Non è che fosse diversa la missione, e in qualche modo nemmeno le modalità, ma più la sostanza. La Ferragni sa fare il suo mestiere, e anche bene, e questo è fuor di dubbio, ma non ce la vediamo proprio la Ferragni dedicare sette anni e mezzo della sua vita ai manoscritti del proprio filosofo ispiratore; nel caso di Lagerfeld si trattava di Nietzsche, che diventò addirittura suo editore quando pubblicò, come ricorda Il Corriere della Sera “nella sua casa editrice per intenditori e accademici, l’opera omnia del filosofo con i commenti dell’autore, rintracciati certosinamente dai manoscritti. Un lavoro monumentale”.

E continua il Corriere scrivendo “Perché in un’epoca intellettualmente più avanzata della nostra – magari nell’antica Grecia o nel Settecento o nella Vienna della secessione – il piccolo Karl Lagerfeld sarebbe stato allevato semplicemente, come diceva Montaigne nelle sue memorie, per diventare «un gentiluomo», lasciando la sua mente libera di spaziare. In un’epoca più specializzata, come la nostra, gli toccò fare una scelta: chi ne ha conosciuto il carisma e la vivacità dell’intelligenza sa che Lagerfeld avrebbe potuto diventare un grande direttore d’orchestra, un grande architetto, un grande filosofo. Scelse la moda, con le escursioni nella fotografia – riusciva a vendere ventimila copie di libri difficili e raffinatissimi di fotografia, lussuosamente realizzati dall’amico editore Gerhard Steidl – e nell’editoria accademica. Proprio la fotografia fu uno dei modi nei quali la mente di Karl Lagerfeld ebbe modo di trascendere la moda. La grande mostra fiorentina del 2016 a Palazzo Pitti, le sue immagini collocate a Palazzo Pitti sullo Scalone del Moro, attraverso la Galleria Palatina, la Sala Bianca e gli Appartamenti degli Arazzi, non fu un sacrilegio: le immagini di molti altri fotografi sarebbero risultate semplicemente fuori luogo, in quella sede – non le sue”.

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