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Figli, moda e libertà: perché il guardaroba è diventato il nuovo terreno di scontro tra genitori e adolescenti

di Sandra Caschetto

Dalla scelta dei jeans alla lunghezza di una gonna, il guardaroba dei ragazzi racconta un passaggio delicato: quello dall’influenza dei genitori alla costruzione della propria identità. E per le madri, soprattutto, imparare a fare un passo indietro non è sempre facile.

C’è un momento in cui l’armadio di un figlio smette di essere semplicemente un luogo dove conservare vestiti e diventa un piccolo campo di battaglia familiare. Succede quando il bambino comincia a scegliere da solo cosa indossare, quando il gusto dei genitori non coincide più con quello dei figli e quando una felpa troppo larga, un paio di pantaloni particolarmente vistosi o una gonna giudicata troppo corta diventano motivo di discussione prima di uscire di casa.

È una scena ordinaria, che si ripete soprattutto all’inizio dell’anno scolastico, quando il ritorno tra i banchi coincide per molti ragazzi con la voglia di rinnovare il proprio guardaroba e, soprattutto, di definire il proprio stile.

Perché a quell’età vestirsi non significa soltanto coprirsi o seguire una moda. Significa appartenere a un gruppo, distinguersi, cercare approvazione, sperimentare un’immagine di sé. E significa, per la prima volta, prendere una decisione che riguarda il proprio corpo senza chiedere necessariamente il permesso agli adulti.

Il look come primo esercizio di indipendenza

L’adolescenza porta con sé una lunga serie di prime volte. La prima vera libertà di movimento, le prime amicizie importanti, le prime relazioni, le prime decisioni prese senza la supervisione costante dei genitori.

Anche il modo di vestirsi rientra in questo processo.

Non è un caso che proprio in questa fase il giudizio dei coetanei diventi particolarmente importante. I ragazzi osservano cosa indossano gli altri, seguono le tendenze, cambiano stile rapidamente e spesso cercano un equilibrio tra il desiderio di essere riconoscibili e quello di non sentirsi esclusi.

I social hanno reso questo meccanismo ancora più evidente.

Le mode si diffondono rapidamente e ciò che fino a qualche anno fa apparteneva alle passerelle o alle riviste oggi può arrivare direttamente nello smartphone di un tredicenne.

Il risultato è un rapporto con l’abbigliamento molto più intenso rispetto al passato: il vestito non è soltanto un oggetto, ma diventa parte dell’immagine.

Non è una questione di vestiti

Alla fine, dunque, la discussione sull’abbigliamento dei ragazzi racconta qualcosa di molto più grande della moda. Racconta il difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza e il cambiamento del ruolo dei genitori, chiamati progressivamente a lasciare spazio alle scelte dei figli senza rinunciare alla propria funzione di riferimento.

Ed è forse proprio qui che la moda smette di essere una questione di vestiti e diventa una questione di crescita. Non si tratta di lasciare che i figli indossino qualsiasi cosa, ma di permettere loro, poco alla volta, di capire perché scelgono di indossarla.

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