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Aston Martin e il “complotto elettrico”

MILANO – Una indagine di parte, con un bel po’ di dati “forzati”, per arrivare alla conclusione che sul piano ambientale le auto elettriche non sarebbero poi così convenienti. La matematica, si sa, può essere un’opinione e si può sempre trovare il modo di sostenere una tesi per assurda che sia; lo dimostrano le tantissime ricerche più o meno pubblicate che dimostrano tutto e il contrario di tutto, a conferma della confusione che regna sotto il cielo dell’ambiente. Ma c’è sempre un limite.

Il quotidiano inglese “The Guardian” ha riportato uno di questi report, secondo la quale i vantaggi dell’elettrico rispetto ai motori tradizionali si manifesterebbe solo dopo percorrenze di almeno 50.000 miglia; dato fortemente opinabile di suo e subito contestato “scientificamente” da diversi esperti. Ma la notizia è un’altra. La relazione infatti, firmata dalla del tutto sconosciuta Clarendon Communication, sarebbe stata commissionata da un pool di grandi aziende come Aston Martin, Bosch, Honda e McLaren, in risposta all’annuncio del governo britannico della messa al bando dei combustibili fossili entro il 2030. A scatenare la curiosità, più che il contenuto dello studio, è stata la rivelazione che la Clarendon Communication è in realtà una struttura creata ad hoc dalla moglie (di professione infermiera) di un manager Aston Martin e tanto basta a ricondurre la “la ricerca” a un’iniziativa strumentale.

In questa opaca faccenda gli elementi del gossip ci sono tutti, a maggior ragione quando l’iniziativa, nata sotto la precedente gestione, è risultata del tutto sconosciuta alla nuova proprietà (quella del gruppo di Lawrence Stroll, che ha creato la scuderia di Formula 1 che correrà nel 2021) e al nuovo amministratore delegato, Tobias Moers, che ha recentemente stretto un accordo con Mercedes-Benz (che diventa proprietaria del 20% di Aston) proprio per le tecnologie elettriche.

Qualcuno ha legittimamente ricordato che storicamente Aston Martin-Lagonda ha avuto fra i suoi azionisti una fortissima presenza della finanza legata al petrolio e quindi la diffidenza verso le nuove tecnologia potrebbe essere culturalmente istintiva. Di sicuro, e in generale, questo “AstonGate” racconta della leggerezza e della facilità con la quale vengono fatte circolare certe “ricerche” e, in qualche modo, conferma come le discussioni sul futuro della mobilità continuano ad essere condizionate da posizioni di parte.  

Fonte www.repubblica.it

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