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Italia-Francia, una storia di ‘equilibri’ difficili

Che vengano dal mercato, dalle possibili prede, o direttamente dall’Eliseo i freni per le imprese italiane in Francia sono quasi sempre arrivati.

Ma la consueta corsa ad ostacoli questa volta potrebbe riservare una eccezione e vedremo se le nozze tra Fca e Psa annunciate ufficialmente oggi saranno realmente celebrate. Del resto soltanto nel giugno scorso il precedente tentativo di alleanza del Lingotto con Renault, naufragò appunto per l’opposizione del governo di Parigi sebbene nel tentativo di salvaguardare l’altro pilastro dell’alleanza del costruttore francese con i giapponesi di Nissan.

Oltralpe le diverse campagne finanziarie hanno sempre visto blitz epocali seguiti da cocenti sconfitte o silenziose retromarce: basti pensare allo stop imposto a fine anni Ottanta a De Benedetti su SGB (rappresentava il cuore dell’economia belga ma per i francesi il Belgio è pur sempre un ‘mercato domestico’) o all’Enel su Suez-Electrabel nel 2006 (la fecero fondere con Gdf malgrado sterili ammonimenti dell’Ue sugli ostacoli alla concorrenza) e due anni fa i paletti che si vollero porre a Fincantieri su Stx, divennero tema della campagna presidenziale per Emmanuel Macron.

    Questo nonostante non si possa certo parlare di reciprocità, a parte la vicenda Alitalia, negata ad Air France nel 2008 per una scelta sovranista ante litteram. I francesi invece sono saldamente al comando nelle aziende italiane della moda e del lusso (Gucci, Fendi, Loro Piana, Bulgari) e al 50% anche nella Luxottica di Leonardo Del Vecchio, l’unico che comprava all’estero. Forte la presenza francese anche nelle banche (Bnl e Cariparma, e quote in Mediobanca), nell’energia (Edison) nell’alimentare (Parmalat, Galbani, da pochi mesi il Parmigiano Reggiano già in mano inglese in verità, e perfino il panettone Cova) e nella grande distribuzione grazie alla presenza di Carrefur e Auchan. Se qualcuno dicesse che non si tratta però di aziende strategiche per il paese si potrebbe affermare da un lato che la moda è nel podio delle nostre voci più determinanti per il pil e dall’altro come Telecom, con tutta la sua rete, abbia come azionista importante Vivendi, la stessa società che fu ‘sterilizzata’ nel cda di Mediaset.

    Anche l’Italia in passato tentò diverse difese della nazionalità, non solo a parole. Precisamente sulle banche, quando gli spagnoli del Bbva e gli olandesi dell’Abn Amro misero gli occhi e le mani su Bnl e Antonveneta. Fu un vero e proprio catenaccio all’italiana ma andò male. Esiste certamente un’Italia che compra in Francia (Carte Noire) ma il saldo è negativo, complice la dimensione e la debolezza delle nostre imprese, ma anche quella preferenza nazionale tanto cara a molti in Europa. Le nozze tra due colossi dell’occhialeria come Essilor e Luxottica di Leonardo del Vecchio ha rafforzato ancora di più la squadra ItalFrance nell’economia degli ultimi anni privilegiando gli asset industriali a quelli della moda e dell’alimentare. 

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