ROMA – I benefici sull’ambiente sono chiari già da tempo ma non tutto brilla nell’ambito della transizione elettrica. L’allarme arriva dalla Francia, uno dei Paesi dove la trasformazione verso la mobilità elettrica è più veloce, dove l’Association Nationale pour la Formation Automobile (Anfa) ha realizzato un accurato studio in proiezione al 2036. Nel dossier viene ipotizzato che se per tale data si dovesse arrivare ad una composizione del parco circolante con un 30% di auto full electric, il fatturato di concessionarie, autofficine, elettrauto, autoricambi e carrozzerie potrebbe diminuire del 20%, con ripercussioni decisamente negative per imprese e forza lavoro. Lo studio dell’Observatoire de l’Anfa considera tre possibili scenari al 2036, ovvero “bas” dove viene ipotizzata una situazione in cui le vendite dei modelli Bev, anche per una diminuzione della pressione della Ue e delle altre autorità sui limiti delle emissioni, e non si raggiungono gli obiettivi prefissati; “médian” in cui si arriva agli obiettivi sulla CO2 per la scadenze del 2025 e del 2030, ma senza una vera rivoluzione elettrica. Le stime più significative sono invece ben distinte nell’ipotesi di un scenario “haut” dove tra 15 anni i modelli Bev saranno lo standard del mercato e l’industria automobilistica potrà essere profittabile in questo settore, grazie al contenimento dei costi, già dal 2024 in poi, anche in mancanza di sovvenzioni governative. Se queste previsioni “alte” dovessero avverarsi le vendite annuali dei Bev dovrebbero crescere al 75%, raggiungendo una quota sul parco circolante pari al 30%. Secondo lo studio comunque la maggior parte dei veicoli sulle strade francesi, sarà equipaggiata con propulsori termici (principalmente per via della quota dei veicoli commerciali leggeri) con un 29% di motori a gasolio, 31% a benzina e un 9% fra ibridi e ibridi plug-in.
Il rapporto dell’Anfa esamina poi le componenti dei modelli completamente elettrici che richiedono meno manutenzione rispetto una vettura tradizionale: risultano meno sollecitati freni e sterzo, le sospensioni avvertono un po’ il peso maggiore, come pure i pneumatici che nei Bev si consumano più rapidamente, mentre non essendoci parti “calde” in movimento non è più necessario il cambio dell’olio, i filtri dell’aria (climatizzatori esclusi) e cambio e frizione non sono sottoposti a usure. Insomma, l’ipotesi definita “haute” mette in evidenza una forte diminuzione in Francia del business della manutenzione e della riparazione tradizionale, con una perdita stimata al 10% a 42 miliardi di euro. L’analisi dell’Anfa si sofferma inoltre su tre aspetti: la crescita del 10% del costo orario della manodopera a causa della maggiore complessità elettronica dei modelli elettrici a cui aggiunge l’aumento della spesa per i pneumatici (oggi il 17% della spesa, per arrivare al 20% nel 2036) e il possibile incremento delle spese per le riparazioni della carrozzeria per incidenti stradali. L’associazione, su questo tema che non sempre viene valutato nell’ambito della transizione elettrica, non ha dubbi: i modelli Bev sono interessati da una maggiore sinistrosità (+20% in Norvegia) sia per la maggiore accelerazione, sia per l’assenza di rumore (incidenti con pedoni e ciclisti). Secondo l’Anfa se non interverranno drastiche decisioni su equipaggiamenti obbligatori di Adas e su limitazioni delle prestazioni in ambito urbano, al 2036 la voce carrozzeria potrebbe subire una forte crescita, anche a causa della complessità di alcuni modelli. Infine, in Francia, per quanto riguarda il capitolo lavoro, l’Association Nationale pour la Formation Automobile, stima una perdita complessiva di 31.000 posti nel caso in cui il parco circolante di auto elettriche nel 2036 raggiunga il 30%. (m.r.)
Fonte www.repubblica.it

