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GALLONI: «RDC, UN PICCOLO AIUTO PER IL PIL. MA NON BASTERÀ»

Professor Nino Galloni, ritiene che il provvedimento appena introdotto dal Governo per il Reddito di Cittadinanza possa realmente avere un riscontro positivo in termini pratici?

«Solo in parte. Si tratta di un ammortizzatore sociale evoluto, non un vero e proprio reddito di cittadinanza, quindi una misura che può in qualche modo avere un impatto positivo sull’economia a patto che il maggior potere d’acquisto di chi avrà il reddito venga esercitato per acquistare prodotti italiani. In ogni caso può essere una soluzione temporanea, non va a risolvere il problema alla radice. Per favorire realmente tutti i cittadini bisognerebbe provvedere a un vero reddito, senza distinzioni. Che non creerebbe inflazione».

Quante e quali differenze ci sono con il Reddito di Dignità proposto da Maurizio Sarlo?

«L’idea di Sarlo è più avanzata perché prevede un cambio di paradigma e riguarda una proposta diretta a tutti, in quanto esseri umani prima ancora che cittadini e con ricadute sociali ed etiche. Io ho fatto una stima per un reddito di dignità immediatamente sostenibile dallo stato in base alle tecnologie attuali e ho dedotto che sarebbe possibile un aumento del 25% del Pil con un assegno di 500 euro mensili per tutti. Questo nell’immediato, sul futuro poi bisognerebbe ragionare».

Crede che i centri per l’impiego sapranno gestire la mole di lavoro richiesta per la gestione delle domande che saranno presentate da chi può aver diritto al reddito di dignità?

«Non sarà semplice. Negli anni ’80 avevamo i collocatori e funzionavano bene, creavano espansione. Poi dallo stato, dal ministero del lavoro, la delega è stata passata alle regioni che hanno evidenziato poca efficienza. Le regioni hanno poi ceduto alle province le attività minori. Agli ex uffici del collocamento sono state destinate risorse insufficienti e non hanno funzionato. Negli anni ’90 si è passati alle agenzie per l’impiego, infine alle agenzie interinali… Ma il problema di fondo resta quello di far incontrare domanda e offerta».

Resiste poi un pregiudizio legato all’idea di un reddito di cittadinanza: quello che si riferisce al famoso “divano” di chi riceve l’aiuto dallo stato.

«Sì, ma comporta una visione un po’ meschina del lavoro. Semmai si guarda al rischio di chi possa usufruire del reddito guadagnando anche in nero e l’attuale legge prevede una serie di limitazioni. Il problema è che c’è assoluto bisogno di un cambio di paradigma. Ci si deve preoccupare di rispondere alla domanda dell’attuale società nei settori della cura personale e dell’ambiente, si dovrebbero assumere persone nei comparti del tempo libero, per esempio. Questo significherebbe capovolgere il paradigma. Perché si è visto che ridurre gli stipendi non ha portato a nulla di buono».

Lei è un sostenitore della moneta alternativa: potrebbe essere introdotta subito, magari partendo su basi locali?

«Io ho parlato di tre tipi di moneta in questo senso. Una moneta parallela, non a debito, statale, sovrana e con corso legale italiano. Non sarebbe proibita dal Trattato di Lisbona, sarebbe quella che chiamo una stato-nota. C’è poi la moneta complementare privata, come le vecchie cambiali o gli assegni postdatati per sopperire alla liquidità mancante e infine, c’è la moneta complementare pubblica che già alcuni comuni in Italia hanno provato a introdurre, adottata in vista di future entrate, che circola e dà potere d’acquisto in attesa di tornare a una liquidità. Si possono poi prevedere forme miste».

In definitiva crede comunque che quella del Reddito di Cittadinanza possa essere una misura utile?

«Non avrà effetti dirompenti, potrebbe far fare un piccolo scatto in avanti in termini di Pil. Però dipenderà dalla tipologia di acquisti da parte dei beneficiari. Se dovessero comprare solo prodotti che so, cinesi, non ne avremmo un beneficio in termini di economia. Se invece per assurdo quegli acquisti fossero rivolti a un settore in crisi come il distretto calzaturiero delle Marche, ci sarebbe un riscontro positivo».

LUCA BORIONI

 

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