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Aiuto, questo Governo va avanti (verso il baratro, e oltre)

«Il Governo va avanti», ribadiscono in coro Conte, Di Maio e Salvini dopo il vertice di maggioranza di ieri sera. Va avanti, nonostante il presidente del Consiglio dica una cosa e i due vicepremier lo smentiscano entrambi. Nonostante il ministro dell’economia ne dica un’altra, e il presidente della commissione finanze della Camera lo sbugiardi, chiedendosi ironicamente a che titolo parli. In tutto questo, il Def dice un’altra cosa ancora, e un’altra ancora la dice la lettera inviata all’Italia dalla Commissione Europea.

Benvenuti nell’Italia della legge di bilancio più pazza del mondo 2, operazione 2020. Una finanziaria, ricordiamolo, che affrontiamo col debito pubblico al 133%, la crescita attorno allo zero, fanalino di coda d’Europa, lo spread attorno ai 300 punti base, un rating sul debito pubblico appena due gradini sopra il livello spazzatura, e titoli di stato a cinque anni con un costo di rifinanziamento superiore a quello della Grecia.

Una situazione del genere, già di per sé problematica, dovrebbe invitare a miti consigli, o se non altro a una maggior unità d’intenti. Soprattutto in un momento di rallentamento generale dell’economia globale, e al cambio della guardia alla guida della Banca Centrale Europea, con l’uscita di scena di Mario Bazooka Draghi, colui che, grazie agli acquisti di titoli di stato, ci ha tenuto al riparo dagli attacchi speculativi e dalle tempeste perfette.

Al contrario, il Governo sembra non accorgersi – e lo vediamo della sua dialettica, delle sue ricette antitetiche, del suo atteggiamento bifronte nei confronti della commissione europea, della sua pervicace riluttanza ad ammettere ciò che ovunque altrove è ovvio- che di soldi da spendere, l’Italia non ne ha. Che l’unico modo per averli senza aumentare le tasse o tagliare i servizi, è prenderli a debito. Che nessuno ce li darà mai, se non a tassi d’interesse altissimi. Che imboccando questa strada non si farà che procastinare la resa dei conti all’anno successivo, quando le clausole saliranno a 35,7 miliardi nel 2021 e a 43,07 miliardi nel 2022.

Il problema è che non si capisce chi guida, né dove si voglia andare, né come si voglia arrivarci, qualunque sia la meta. “Non posso e non voglio assumermi la responsabilità di esporre il sistema-Paese a rischi inutili“, dice Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, al Corriere della Sera, affermando che il Governo che presiede non sfiderà la Commissione Europea con conti pubblici fuori controllo che renderebbero inevitabile la procedura d’infrazione: “Non è tanto e solo questione di multa – ha spiegato Conte -. Ci assoggetterà a controlli e verifiche per anni, con il risultato di compromettere la nostra sovranità in campo economico”.

A Conte, peraltro fa eco Tria, il ministro dell’economia e delle finanze, secondo cui “il rapporto deficit-Pil italiano per il 2019 potrebbe attestarsi 2,1%-2,2%”. Così fosse, peraltro, la manovra sarebbe presto fatta: dovremmo trovare 25-30 miliardi solo per finanziare lo status quo, o dal recupero dell’evasione fiscale, o dall’aumento delle tasse, o dal taglio della spesa pubblica, o da ognuna di queste cose messe assieme.

“Il rischio è un’altra manovra alla Monti”, dice Salvini, e in effetti la manovra Salva Italia del Governo di Mario Monti, anno del Signore 2012, era esattamente una manovra da 30 miliardi circa. In quella manovra Monti fece approvare la riforma delle pensioni che prese il nome dell’allora ministro Elsa Fornero e reintrodusse la tassa sulla prima casa, che molti percepirono come una nuova patrimoniale.

Ecco: questa manovra è esattamente quella che Salvini non vuole, che invece punta ad alzare il numeratore (il Pil) attraverso uno shock fiscale da lui definito, con una licenza poetica, flat tax. Costo? 12-15 miliardi come minimo, al netto degli interessi sul debito che andremmo a pagare in eccedenza. Cui si sommerebbero le montagne da scalare degli anni successivi, tra i 47 e i 52 miliardi per il 2021, tra i 55 e i 58 per il 2022. Rispettivamente una volta e mezzo e due volte le manovre di Monti.

Non bastassero Conte, Tria e Salvini, c’è pure Di Maio, che sposa la linea dell’interlocuzione educata: in altre parole, cappello in mano, anziché pugni sul tavolo. Il senso non cambia, però: “Non ci sarà alcuna manovra correttiva, quota 100 e reddito di cittadinanza non saranno ridimensionati, né si taglieranno servizi sociali e pensioni”. E in più, “sulla flat tax familiare troveremo una soluzione insieme alla Lega, come abbiamo sempre fatto”, perché “la priorità è abbassare le tasse”. Il tutto, con 30 miliardi che mancano, solo per mantenere in piedi quel che già c’è. Sbugiardando Conte e Tria, peraltro. Però, “nelle lettere della Ue ci sono delle cose assurde”. Nelle lettere dell’Ue. Contento lui.

Nel frattempo, l’unica cosa che è cambiata in Europa dopo le elezioni del 26 maggio è che contiamo ancora meno, che non toccheremo palla nelle nomine, che le regole non cambieranno nemmeno di uno zero virgola, anche perché siamo l’unico Paese che ha ancora problemi col debito e il deficit e lo spread, a distanza di sei anni dalla crisi, l’unico in cui dal 2000 a oggi la ricchezza pro-capite è diminuita anziché aumentare, l’unico che dà all’Euro e all’Europa, “ai diktat di Francia e Germania o del capitalismo finanziario che ci tengono al guinzaglio” (copyright Alessandro Di Battista), la colpa di tutti i suoi problemi.

E non è un caso che si riparli, proprio in questi giorni, di minibot, di valute parallele, di nuove banconote che vadano a giustapporsi all’Euro, per pagare i debiti della pubblica amministrazione. Quando serve un capro espiatorio, ecco rispuntare gli economisti no euro e i loro piani B. Mancavano solo loro, nella manovra più pazza del mondo. Prossimamente, su questi schermi.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/06/11/vertice-governo-salvini-dimaio-conte-legge-di-bilancio-elezioni/42484/

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