Poi ridimensionate fortemente, ieri mattina le brutte notizie parevano dar manforte alla linea “anti-aperturista” del governo: è dall’esempio della Germania impaurita dal crescere dei contagi o di Macron che rinvia l’apertura delle scuole che Giuseppe Conte traeva una nuova convinzione di aver fatto bene a non aprire nulla, o poco. 

In questo quadro ieri è stato fatto circolare il preoccupante report degli scienziati che disegna scenari terribili in caso di riaperture troppo affrettate, un documento che ha convinto il premier a mantenersi sulla linea – come l’abbiamo definita su Linkiesta – della fase 1 e mezzo. 

Alla fine si è capito che non è vero che apertura vuol dire contagi. Poi la doccia fredda dei nuovi 382 morti. E in ogni caso restano vivi i bollori di un Paese che non comprende bene in quale situazione siamo, che non vede davanti a sé una strada se non pianeggiante almeno non scoscesa. Un Paese che non capisce se il lockdown stia per finire oppure no. Che non sa tradurre le leggi in comportamenti coerenti. Con magagne che si aprono e inevitabilmente si devono risolvere, come l’inutile dissidio con la Cei sulle messe, ricomposto con il suggello del Papa.

Lui, Conte, annusa che l’aria è cambiata da domenica sera, quella dell’ultimo annuncio televisivo (la sua peggiore performance) ed è diventato particolarmente nervoso, come due sere fa a Bergamo quando ha risposto male alla giornalista Francesca Nava che gli muoveva un’obiezione specifica: «Se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà lei i decreti e assumerà lei le decisioni». 

Brutto segno quando si risponde così. La verità è che il premier è incerto sul da farsi. Non vuole essere responsabile di un errore tragico. Negli ambienti di governo si dice a voce alta che si può tornare a una lockdown stretto, come prima. Ma anche tornare indietro sul pur minime aperture dagli italiani sarebbe vissuto male.

In questo quadro, il minimo che possa succedere è che il governo vada in fibrillazione. È ancora Matteo Renzi a tirare di sciabola con un’accusa al premier stile impeachment, «Conte calpesta la Costituzione»: non è una critica, è una bordata. Forse l’antipasto “teorico” a una fuoriuscita dalla maggioranza. 

Ma per fare che? Confida, il leader di Italia Viva, in un clamoroso ingresso in maggioranza di Berlusconi al posto suo (gli indizi non mancano: dal distacco di Forza Italia dalla Lega sul Mes, all’attivismo di Gianni Letta colto dal Foglio, alle perorazioni “unitarie” di Mara Carfagna)? 

Può aver pensato, Renzi, che in effetti si sta creando un potenziale spazio di opposizione democratica e costruttiva nel momento in cui entra in crisi quella sfasciacarrozze di Salvini (che non riesce neanche più a organizzare una manifestazione di piazza), mediante la costruzione di un’area parlamentare neo-centrista. 

Oppure immagina di far saltare il tavolo, mandare via l’avvocato del popolo e poi formare una qualche maggioranza diversa, giocando sulla impossibilità di andare a elezioni anticipate e dunque “dovendo” dare un governo al Paese? 

Al momento la scelta di fondo è sospesa, rimandata a quando la fase hard dell’emergenza sarà stata superata ed è saggio attendere anche perché non è scontato che dentro Italia Viva siano tutti pronti a morire pur di buttare giù il governo. Un elemento ti sembra certo: se fra qualche settimana il presidente del Consiglio non sarà in grado di delineare una strategia per la ricostruzione e continuerà con i piccoli passi dei suoi Dpcm sarà difficile proseguire insieme.

Lo stessa atteggiamento del wait and see è quello che domina nel Partito democratico dove da giorni si mischiano sentimenti diversi. Per la prima volta ieri Nicola Zingaretti ha mostrato un’impazienza per lui inedita quando ha detto che la data del primo giugno per la riapertura definitiva è troppo in là. Il segretario invita sempre tutti alla calma, e forse è anche un promemoria valido per se stesso. 

Oggi il partito è impegnato a difendere il governo ma non è detto che a giugno-luglio, se mutasse il clima generale nel Paese e emergessero soluzioni nuove, si chiamerebbe fuori. Qualcuno, scherzando, ieri ha osservato che il nuovo sito del partito che si apre oggi si chiama “Immagina”. Appunto.

Aumentano i malumori nella maggioranza, forse torna la politica

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