
La Repubblica italiana è nata proporzionale, non solo perché un sistema di voto di questo tipo si sposava meglio con la forma di governo parlamentare che i padri costituenti ritennero saggio scegliere, ma anche per scongiurare, a macerie ancora fresche, qualche colpo di testa a favore di un altro Duce oppure una vittoria dei comunisti. Il sistema ha retto bene, la democrazia italiana è cresciuta, le tentazioni autoritarie sono state tenute sotto controllo e la Repubblica ha superato anche la grave crisi del terrorismo politico interno, di destra e di sinistra.
Con la caduta del Muro e poi del sistema dei partiti della Prima repubblica si è pensato di passare al maggioritario, di eleggere le persone nei collegi e di privilegiare la governabilità, grazie a una campagna politica intelligente e moderna capace di uscire dalle ovattate aule dei convegni per specialisti e di trasformarsi in referendum popolari che convinsero élite e popolo che fosse finalmente arrivato il momento di trasformare l’Italia in una democrazia adulta.
Quella spinta riformatrice ha portato alla legge sull’elezione diretta del sindaco, la migliore delle riforme fatte in quegli anni, quella sui governatori delle Regioni, cambiata un paio di volte, e quella mista 75 per cento maggioritario e 25 per cento proporzionale per il Parlamento. A un certo punto si è fermato tutto: il fallimento del referendum del 1999 che non ha superato il quorum per una manciata di voti, ottenendo comunque oltre il 90 per cento di sì all’abrogazione della restante quota proporzionale, ha decretato la fine dell’era del maggioritario serio, come ha ricordato un paio di giorni fa Mario Segni a Walter Veltroni sul Corriere della Sera, per lasciare il posto a miserie di bassa lega sublimate dall’autodefinizione “porcata” data dall’autore stesso della controriforma, il leghista Roberto Calderoli.
Tutte le successive ipotesi di riforma elettorale, quelle approvate e quelle bocciate dalla Corte costituzionale, sono state soltanto palliativi somministrati illusoriamente agli elettori per provare a conciliare sia le esigenze di governabilità sia quelle di rappresentanza. Non hanno funzionato e non potevano funzionare.
E, allora, ecco un programma di governo semplice semplice, dopo aver salvato il paese dal default dei conti pubblici cui ci avrebbero trascinato i ragazzi dell’ampolla del Dio Po finiti tragicamente a bere vodka al Metropol: tornare subito, subitissimo, al sistema proporzionale in purezza, quello che dei capitani si fa un baffo, che garantisce la presenza in Parlamento di tutti i partiti, che smussa gli angoli degli esagitati e che costringe i partiti a fare più politica e meno selfie.
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