È sempre bello quando il Pd attraversa quella sua tipica e molto pittoresca fase che chiameremo mozione Amedeo Nazzari e s’arrovella per cercare un candidato, un presidente, un segretario, un X, che sia appetente e appetibile, nuovo e antico, particolare e universale, spiazzante e rassicurante, imprevedibile ed esatto. Sembra te quando hai perso l’amore ma hai ritrovato il cuore e quindi ti metti a cercare quello giusto, e siccome ti hanno rimproverato d’essere stata troppo selettiva, cieca, esigente, strutturata e chiusa in una torre d’avorio, snob e pregiudiziale, finisci con l’andare a bere birra in posti dove alcuni potrebbero essere tuoi figli, vai al cinema a vedere un film per minorenni, esci spettinata, racconti barzellette, compri una felpa rosa e non la usi per andare in palestra ma a cena, compri libri che sono in classifica (e non quella di Robinson, ma quella della libreria del Carrefour 24 h sotto casa tua), organizzi fine settimana con individui nati dopo Solidarność e per sedurli condividi su Instagram foto che ti fai scattare da colleghe divorziate mentre parli al telefono con tua madre tenendo i piedi sul tavolo.

Nicola Zingaretti lo ha detto per tutto gennaio: apriamo il Pd a tutto, a tutti, sardine, acciughe, movimenti e stabilimenti balneari, facciamo un Pd del popolo, cambiamo tutto, se necessario cambiamo anche nome, andiamo ovunque, coloriamo tutti i muri. Ieri il Corriere della Sera ha scritto che la sola certezza che si ha sulla prossima presidenza del Partito democratico è che andrà a una donna, e il nome che più circola in queste ore è quello della scrittrice Chiara Gamberale, forse l’unica italiana capace di finire in classifica per settimane senza aver mai messo piede in un reality show. È un tipico italiano: a un certo punto, nella carriera dei (rari) scrittori che vendono abbastanza da finire nei pacchetti di Natale del paese reale, arriva una proposta per condurre un programma in radio, poi per andare a fare l’editorialista tuttologo a Otto e mezzo, poi per andare a fare un reality show, poi per fare il deputato e/o il capo politico – non tutto necessariamente in quest’ordine. Come spremiamo in questo i paese i pochi scrittori che non maltrattiamo, nessuno da nessun’altra parte del pianeta mai.

Il mese scorso, quando non ci s’aspettava che il voto in Emilia Romagna sarebbe andato come è andato, e si rimandava con il senso di Smilla per la neve al post regionali, le deputate dem erano state molto nette: vogliamo una donna alla guida del carrozzone, non è possibile che persino il centrodestra abbia una leader femmina (Giorgia Meloni) e noi no. Già allora il nome di Gamberale aveva fatto la sua comparsa, riscuotendo un’accoglienza timida ma non ostile. E ora che vien fuori che un accenno di conversazione e contrattazione con lei dev’esserci stato, nessuno sembra opporsi, e non tanto perché Gamberale non è divisiva (non lo è), quanto perché è così estranea da suscitare forse je ne sais quoi che ti fa fidare, quel perché no, dai, ma sì, mettiamoci lo zucchero su questa bistecca, finiamola con il sale, chi l’ha detto che sempre e soltanto il sale.

Zingaretti ha il dramma di essere giovanile e quindi cringe, ma è anche un pianista di piano bar e un poeta di varietà, ed è inutile tentare di vederlo piangere perché piangere non sa. Con una donna presidente del suo partito si assicura molti punti di rispettabilità, se questa donna poi è scrittrice, e per di più di best seller, tiene insieme l’alto e il basso, il centro e la periferia, l’élite e la borgata. Perché Chiara Gamberale è una che piace più o meno a tutti e, caso quasi unico in Italia, piace abbastanza anche alla gente che piace, due cose che a un ingenuo giovanile possono sembrare utili a fini elettorali (non lo sono, è piuttosto certo che non lo sono). Gamberale è un nome che, anche a chi non piace, non dà prurito, non fa rabbia. È molto significativo che Christian Raimo abbia commentato la notizia di una possibile presidenza Gamberale con l’unico status Facebook inferiore alle novemila battute della sua carriera.

Il Pd s’è fatto sfuggire Elly Schlein, che in questi giorni è diventata la Alexandria Ocasio-Cortez del nostro regno, e dovrebbe forse domandarsi come mai. Ma il PD va di fretta, come sempre, d’altronde nacque male, sotto il segno dello scetticismo di Massimo D’Alema – “Auguri. Io però non ci credo” – che ne aveva evidenziato da subito la fessa e mai corretta tendenza a rincorrere lo Zeitgeist – «Lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno perché Verdi è duro, Sinistra suona male, ma democratici siamo tutti ed è fatta, chi può essere contro un prodotto così straordinariamente perfetto?».

Chi può essere contro Chiara Gamberale? È donna, è giovane, è popolare, è intellettuale, è di successo, è garantista (suo padre Vito Gamberale è stato vittima di uno degli errori giudiziari più clamorosi degli ultimi decenni, sai che DiMartedì bellissimi ci farebbero con lei e il ministro Bonafede in studio). Gli italiani lo sanno? Soprattutto: agli italiani interessa? Conta di più la fedina o la competenza? La sinistra deve dismettere il suo snobismo verso gli outsider, ma a quale prezzo? Gamberale vale Bonaccini? Scrittrice vale amministratore? Amministratore vale politico? Emilia Romagna vale Calabria? Uno quanto vale?

Che idea ha Zingaretti? A parte allargare il partito e svecchiarlo con mosse un po’ da autore Rai (chiamiamo un giovane, dai, chiamiamo un quarantasettenne) e un po’ da editore romano (‘ndo cojo cojo), a parte questo continuo fluidificare meglio che punire, insomma, il Pd vuole governare o vincere lo Strega?

https://www.linkiesta.it/it/article/2020/01/30/chiara-gamberale-pd-zingaretti/45245/

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