«La sinistra deve difendere la globalizzazione». No, non sta parlando un liberal anni ’90 o un nostalgico di Bill Clinton e Tony Blair. Il politologo britannico Colin Crouch, al contrario, è stato uno dei più severi critici della stagione della terza via, o del radicalismo di centro, come lo chiamava lui. Sua la definizione di post-democrazia, datata 2003, per presentare il carattere tecnocratico delle nuove forme di governo della politica, dominate da entità sovranazionali come l’Unione Europea e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Al tempo, quando ancora buona parte della sinistra le esaltava acriticamente, Crouch criticava queste organizzazioni e metteva in guardia contro il rischio di una ribellione a esse, e a un ritorno dei nazionalismi.

Ora che tutto questo è avvenuto, con il colpo della Brexit all’Unione Europea, con l’America protezionista di Trump che cambia i connotati alla globalizzazione, con le elezioni europee del 26 maggio che minacciano di restituirci un’Europa fortezza dominata dai nazionalismi, Crouch – che abbiamo incontrato a Milano in occasione di “Democrazia Minima, riflessione sul futuro dell’Europa promossa dalla Fondazione Feltrinelli – muove la sua analisi nella direzione opposta. E nel suo ultimo saggio, “Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo” (Laterza, 2019) fissa le nuove coordinate del pensiero progressista: il superamento delle vecchie identità politiche e il superamento dello Stato-nazione.

Partiamo dal titolo originale del suo ultimo saggio, “The globalization backlash”, che in italiano si traduce letteralmente nel “rinculo della globalizzazione”. In cosa consiste questo rinculo?
È la reazione della gente contro due diversi aspetti della globalizzazione. Il primo è economico ed è la struttura dell’economia che è cambiata a causa dell’ingresso della Cina e di altri nuovi attori nell’economia globale.

Il secondo aspetto?
È sociale: abbiamo scoperto che molte persone trovano difficile accettare un mondo in cui si entra in contatto con altre persone con valori, culture, identità diverse. Questi due aspetti si uniscono e generano una minoranza di persone, una minoranza grande abbastanza per vincere le elezioni, che si rinchiude nello Stato nazione e che vuole ridurre al minimo i contatti con altre persone, altre economie, altre culture.

Stiamo diventando sempre più nazionalisti?
Stiamo cominciando a diventarlo. Certamente in Italia, certamente nel Regno Unito, certamente negli Stati Uniti. E certamente le minoranze nazionaliste, anche in altri Paesi occidentali, sono sempre meno minoranze. Detto questo, io credo che il nazionalismo sia una disastro, non la soluzione.

Perché?
In primo luogo, perché riduce il commercio mondiale.

Ed è un problema, scusi?
Oggi ci sembra che non sia così, perché la Cina ci vende di tutto e noi fatichiamo a vendere loro i nostri prodotti. Ma nel lungo periodo, il commercio offre vantaggi a entrambe le parti. Un mondo più piccolo è un mondo più povero. Ma non solo: un mondo in cui le persone sono incoraggiate a vedere gli altri popoli come ostili diventa un mondo sempre più pericoloso. Abbiamo bisogno di più cooperazione, di più rapporti l’uno con l’altro. Il ventesimo secolo ce l’ha insegnato: quando le nazioni si ritirano in se stesse il mondo diventa un posto molto pericoloso.

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